“I giorni dell’arcobaleno” e la strada che abbiamo davanti a noi

Oggi a qualcuno di voi là fuori la simpatica funzione “accadde oggi” di FB starà ricordando l’8 dicembre di due anni fa. Le primarie del 2013 per il segretario del Partito Democratico.

Foto, storie, passioni ed emozioni di un percorso durato a lungo. Quella storia che si è interrotta qualche tempo fa; da una parte chi ha lasciato il Pd e dall’altra parte invece chi ha deciso di continuare sotto altre forme. Sarei bugiardo se dicessi che non mi dispiace sia andata così, mi fa male eccome. 

Perché quell’obiettivo non lo abbiamo raggiunto all’ora ma abbiamo aggregato migliaia di persone splendide e mille competenze. La storia si cambia con la pazienza, con la tenacia di chi rimane un minuto in più sul campo e non uno meno. La storia va condotta organizzando la propria forza e usandola nei processi, non fugandoli. 

La storia ci ha messo dalla parte di chi non ha vinto quella competizione è vero, ma ci ha messo anche dalla parte di quelli che possono ancora molto, perché la strada che abbiamo davanti è ancora molto più lunga di quella che abbiamo percorso. Io ho sempre preferito il passo del montanaro a quello del velocista. Non solo per evidenti ragioni di prestanza fisica, ma perché penso sempre che alla fine la vittoria o la sconfitta di misurino su tempi lunghi. 

Ovviamente qui il tema è complesso e ampio però vorrei provare a fare qualche riflessione che in realtà non ho mai scritto pubblicamente da quando Pippo Civati ha deciso di andarsene. I miei tempi di reazione non sono linea con i tempi di questa politica mediatica e veloce lo so. Poco male. 

Dicevo, perché penso che il percorso culminato con il 2013 non andasse e non vada abbandonato? Perché in fondo in questo tempo le sfide che abbiamo davanti sono quelle che possiamo affrontare se i processi li governiamo. Perché oggi non c’è in gioco solo la mia o la nostra coerenza personale. Non si tratta solo del dubbio  se rimanere o meno in un Partito che ci rappresenta e che rappresenti le nostre idee. C’è in gioco la tenuta di un sistema, che abbiamo detto sempre di voler cambiare, ma non nella sua matrice profonda, democratica, Repubblicana, laica, liberale e sociale. Oggi invece è in gioco anche la radice. I risultati della Le Pen in Francia parlano chiaro. Qualcuno dirà che proprio a fronte di questi risultati deve esistere una sinistra, una vera sinistra. Certo! Ma una sinistra che sia in grado di guidare le decisioni, di sedersi là dove le decisioni vengono prese. E non per vanagloria di qualcuno o per inutile bramosia di potere. Ma per realismo pragmatico. Se la Sinistra perde il suo istinto a voler governare il mondo perde se stessa. Se la Sinistra abdica, in questo complesso e intricato quadro, e si rinchiude in contenitori comodi e coerenti uccide la sua natura. In altre parole oggi non possiamo pensare di scegliere la nostra comunità politica solo in base a logiche nazionali. C’è un mondo vasto e sconfinato là fuori, se non prendiamo come riferimento almeno la cornice europea (e quindi nel nostro caso il PSE) siamo persi, siamo atomi che urlano contro il cielo, verso un Dio che non ci sente. Certo saremo fieri della nostra integrità, ma a che serve se non avremo cambiato nessuna della enormi disfunzioni di questo mondo. 

Per questo scegliamo ancora il Pd, perché è lo strumento che ci porta là dove vogliamo andare, insieme, per cambiare ciò che non ci rappresenta più. E lo scegliamo per la comunità di popolo che ancora, in Italia, si sente parte di esso. Perchè al di là delle caricature c’e un splendida parte di questo paese che guarda a noi. E sono lo scheletro e le fondamenta di questa Italia. Certo molte volte storce il naso, è sconfortata, non capisce, si arrabbia. Altre volte se ne va. E questa è la cosa più dura da vedere, l’errore più grande di Matteo Renzi, pensare di bastare a se stesso e non curarsi di chi in silenzio abbandona. E badata non parlo dei nomi altisonanti del ceto politico ma dei cittadini comuni che semplicemente lasciano. Però a loro dobbiamo saper parlare del progetto ampio e grande che abbiamo in mente. Dobbiamo potergli dire che il posto della sinistra è ancora questo, se solo lo vogliamo. 

 Insomma scegliamo il Pd perché oggi la battaglia si vince in un campo largo. Quello del socialismo europeo. Ovviamente va riformato anche quello, ci mancherebbe. Ma senza alleanze in questo quadro saremmo barche in tempesta. Forse oggi queste parole suonano assurde, ma intendiamoci, nel mondo che viviamo ora, non vi è alcuna possibilità di cambiare le sorti della partita se non sedendosi là dove qualcuno ti possa ascoltare. Voglio dire che nessuno si illuda di poter salvare il welfare o ridurre le odiose e crescenti disuguaglianze rimanendo nella logica del conflitto capitale lavoro su scala nazionale. Oggi il terreno è come minimo l’Europa, gli Stati Uniti d’Europa. Su questo obiettivo si misurerà la mia generazione. Su questo grande sogno collettivo si misurerà la tenuta della Sinistra post-novecentesca. E questo grande obiettivo si può raggiungere solo rimanendo in un partito grande e popolare, che possa parlare con i suoi fratelli in Europa e agire concretamente per realizzarlo. 

Io per questo sogno ci metto la faccia, anche a rischio di passare per incoerente, perché ne vale la pena, perché fuori da questo sogno c’è l’involuzione, la barbarie e la guerra di tutto contro tutti. 

La Sinistra,se ancora esiste, nel cuore, nella mente, nelle piazze e nella storia, lavori per questo. Perché possa diventare da grande sogno a entusiasmante realtà.

Analisi di una non-vittoria

Questo è un po’ il sentimento dopo i risultati delle elezioni regionali di queste ore. Per dirla come la dice Daniele Viotti, di cui condivido l’analisi e lo spirito.

Di sicuro c’è un vincitore assoluto che tutti hanno ben individuato salvo fregarsene come sempre: l’astensionismo. Su questo dato occorrerebbe riflettere, e molto.

Dovremmo riflettere sulla qualità del nostro sistema democratico, sul rapporto cittadini-partiti e sulle motivazioni che portano i cittadini a non partecipare al voto. Cercando di volare un po’ più in alto dell’analisi: “chi non vota ha sempre torto”. Che racchiude in sé una verità ma che non ci aiuta comunque a risolvere questo vulnus di partecipazione.

Passiamo ora a qualche considerazione politica. Non voglio soffermarmi su analisi generali del tipo chi ha vinto e chi ha perso perchè mi pare che ognuno stia cercando di fare analisi pro domo sua e nessuno voglia ammettere una sconfitta. Il che è abbastanza legittimo perchè effettivamente sulla carta ognuno ha qualche cosa da festeggiare: Il PD si trova ora a governare la maggioranza assoluta delle Regioni del paese (solo 3 sono governate dal CDX), Forza Italia porta a casa il governatore in Liguria con un risultato tutto tranne che scontato e insidia fortemente la candidata PD in Umbria, la Lega si afferma come primo partito della destra italiana, il M5S prende molti voti ma soprattutto si conferma come terzo polo permanente nello scacchiere politico nazionale, con buona pace di chi lo dava in caduta libera alle europee.

Ma entrando un più nel merito della questioni si vede subito come le cose siano diverse da come appaiano. Per quanto riguarda il PD un dato è inequivocabile: abbiamo perso decine di migliaia di voti dalle passate elezioni regionali (2010), attenzione però ai paragoni strumentali che ho sentito fare in queste ore. Non si può paragonare il dato di queste regionali a quello delle europee, non ci aiuta a fare un’analisi seria e compiuta.

Qui sotto invece un breve riassunto della situazione dal 2010 ad oggi:

Toscana:
2010: 641 mila.
2015: 614 mila

Liguria:
2010: 211 mila
2015: 138 mila

Campania :
2010: 590 mila
2015: 443 mila

Veneto:
2010: 456 mila
2015: 308 mila

Umbria:
2010: 149 mila
2015: 125 mila

Marche:
2010: 224 mila
2015: 186 mila

Puglia:
2010: 410 mila
2015: 316 mila

Perdiamo voti in tutte le regioni, anche dove la vittoria è ampia. L’effetto “asso piglia tutto” del PD visto alle europee sembra essersi interrotto.

Il dato politico più importante è ovviamente la sconfitta in Liguria, trattata dai dirigenti nazionali in modo superficiale e acritico. Non ce la si cava dando la colpa ad altri per le proprie sconfitte. Non basta dire che è colpa di Pastorino, o di Civati. Soprattutto quando questo ha intercettato voti che, per il livello di scontro raggiunto durante la campagna elettorale, difficilmente sarebbero andati a Paita, ma con più probabilità al M5S o all’astensione. Questo per dire che il problema in liguria è stato un altro. I nostri elettori hanno visto concretizzarsi, più che in altre regioni e forse più che a livello nazionale, il progetto di Partito della Nazione (aiuto alla Paita da NCD durante le primarie), forte al centro e anche a destra e orfano della sinistra, vecchia ma anche e soprattutto nuova: Pastorino era un giovane sindaco del PD non un pericoloso esponente di Prima Linea, per intenderci. Quindi le accuse di “Bertinottismo” lasciano il tempo che trovano. Tra le mille idiozie che ho sentito sulla elezioni liguri mi paiono certi solo due dati, molto importanti: 1) la sinistra che abbia in mente un progetto di governo non può vincere fuori dal PD. Si può attestare bene ma non vince fuori dal progetto che storicamente è stato dell’Ulivo.  2) Allo stesso modo però un Partito Democratico che voglia fare a meno della sinistra, magari per abbracciare parti strutturali del centrodestra, semplicemente perde e fa vincere la destra, quella vera, quella che si organizza. 

Questo mi pare si evinca dal voto ligure.

Sul resto è chiaro che se la segreteria nazionale vuole fermarsi alle analisi calcistiche non penso andremo molto lontano. Perchè dentro quel 5 a 2, per dirla alla Serracchiani, ci sta il pasticcio di De Luca in campania, che non doveva essere candidato, e ora vedremo come verrà gestito dal governo. Ci sta anche la vittoria di misura in Umbria assolutamente inaspettata. E ci sta il fatto che i candidati che hanno vinto non sono per nulla espressione della maggioranza che in questo momento governa questo Partito: su tutti Emiliano e Rossi. Basti pensare che i candidati renziani per eccellenza erano Moretti (a cui deve andare un abbraccio forte perchè il “tonfo” si è sentito fino a qui) e appunto la Paita di cui abbiamo già parlato.

Insomma tutto ciò per dire che abbiamo di fronte una “non-vittoria” eclatante ma non mi pare che dalle prime dichiarazione del nazionale vogliano capire gli errori e cambiare rotta, sulle leggi in discussione, sulle riforme, sulle modalità di gestione del Partito. Un grande partito come è il nostro PD o si governa con la sintesi, oppure si prendono le mazzate, sul medio e sul lungo periodo. Poi si può continuare a fare gli sbruffoni e ad insultare, ma si deve sapere che poi queste cose si pagano nelle urne. Perchè un segretario che si candida per rottamare il mondo intero e poi non ha il coraggio di contrapporsi ad una candidatura come quella di De Luca, ritirando il suo “Migliore” a pochi giorni dalla primarie, è un segretario debole. Anzi, debole con i forti e forte con i deboli. Perchè a lanciare invettive contro la Camusso sono bravi tutti, ad opporsi ad un sistema di potere lo possono fare solo i grandi leader; ma tant’è, ognuno ha il suo carisma.

E’ evidente che ora la partita dentro al PD è assolutamente aperta, per chi voglia stare nel PD, da sinistra. So che ci sono persone disposte a vivere questa sfida, come sempre, come facciamo da qualche tempo a questa parte, con tenacia e passione e con la voglia di esserci e di fare la differenza, a partire dai territori. Cosa che dobbiamo assolutamente ricominciare a fare.

Se Renzi vorrà capire i suoi errori e correggere il tiro siamo pronti, diversamente ci prepariamo al confronto politico, serio e puntuale. Cercando di convincere quanti più compagni possibili per una sfida che è tutta da scrivere.

Una sfida che ho tutta la voglia di affrontare perchè ne va della qualità del riformismo italiano, della sinistra e della democrazia in questo paese.

Avanti insomma, c’è da organizzarsi e da rimanere sintonizzati!

P.S.

Auguri e in bocca al lupo a tutti i nuovi amministratori eletti in questa tornata elettorale, perchè al di là delle analisi politiche sono la vera spina dorsali di questi nostra democrazia. Alla faccia dei disfattisti di ogni risma. Chi mette in gioco il proprio tempo e la propria vita per il bene pubblico, magari in piccole relatà e piccoli comuni, è da supportare ed esaltare perchè fa il bene del nostro paese. In bocca al lupo quindi a tutti, in particolare nella mia provincia e Giorgio Ferroni e Maria Rosa Gnocchi, nuovi sindaci eletti.

MEGA POST dopo l’assemblea nazionale

Lascio Roma.
Salgo sul treno.
Slaccio un bottone della camicia e mille pensieri cominciano a scorrere riguardo alla giornata di oggi.

Mille pensieri sul mio Partito, sul suo passato, sul suo presente e su ciò che sarà il suo futuro. Penso che io nel Pd ci credo dal 2009, da quando presi per la prima volta la tessera di un partito, sostenendo Ignazio Marino al congresso. Abituato a stare in minoranza insomma, da sempre.
Penso che quella tessera per me ha significato molto, soprattutto perché nasceva dopo l’incontro, durante le elezioni amministrative verbanesi, con la comunità del Pd della mia città. Scelsi di fare la tessera sopratutto per quell’incontro, per quei mesi di campagna elettorale, per i volti che avevo conosciuto e imparato ad apprezzare. Poi venne la dimensione nazionale, la decisione di stare con Marino e la convinzione che, al netto della contraddizioni che già allora riscontravo nel progetto del Pd, questo luogo fosse l’unico in grado di sostenere le sfide e le ambizioni di una sinistra moderna e riformista che potesse cambiare questo paese. L’unico contenitore in grado di convogliare le energie migliori di questo paese a servizio di un progetto ambizioso di riforme. Un contenitore largo e contendibile certo, condizioni essenziali per non cadere nel vizio ideologico della sinistra e per cogliere le sfide di un mondo che era già cambiato prima che la sinistra europea fosse in grado di fornire le riposte adeguate a questo cambiamento.
In altre parole il Pd, proprio per la sua natura larga e inclusiva, mi è sempre parso quel soggetto capace di intercettare le domande di cambiamento vero, capace di portare la sinistra fuori dalla cocente sconfitta consumata dopo la caduta del muro e mai analizzata fino in fondo, davvero.

Una casa grande insomma, capace di fare sintesi, tra le culture politiche più importanti del ‘900 italiano, quelle che avevano scritto la costituzione, che avevano liberato l’Italia e che ora, dopo essersi contrapposte per mezzo secolo, potevano finalmente parlare la stessa lingua: lontane dalle ideologie, dai pensieri unici, dai muri.

Questa analisi, che forse per molti miei coetanei potrà apparire come becera retorica, fu alla base di quella scelta. Scelta della quale non mi sono mai pentito, perché il riformismo per me è sempre stato un approccio alle cose della vita prima che una cultura politica. Prendere le cose che non vanno e cercare le soluzioni, un passo per volta, per cambiare radicalmente il mondo. Insomma una cosa seria.
Talmente seria da mantenermi saldo nelle mie convinzioni, tra le mille contraddizione che ogni organizzazione che si fondi sul consenso per conquistare quote di potere deve attraversare. Quelle contraddizioni che ho sempre trovato nel Pd, come nella società, ma che invece di allontanarmi da questo ambizioso progetto mi hanno spinto sempre un gradino più in alto, per cercare di combatterle e di superarle. Senza verità in tasca ma con molta tenacia.

Ecco, è importante per me ricostruire questi passaggi per riflettere su ciò che sta accadendo oggi al mio partito.

Il partito che ora ho l’onore di guidare nella mia città, il partito grazie al quale sono consigliere comunale e provinciale. Quella comunità di uomini e di donne che ora si trovano a governare buona parte delle amministrazioni pubbliche a tutti i livelli dai comuni allo stato.

Oggi non l’ho vista quella comunità. E mentre il mio segretario faceva la sua relazione conclusiva ho pensato a lungo al percorso che mi ha portato fino a Roma oggi, come membro dell’assemblea nazionale. Oggi ho visto quel ragazzo che 5 anni fa faceva la tessera in via Roma a Verbania e mi sono chiesto se in fondo ho fatto tutto ciò per arrivare a questo punto o se forse il mio obiettivo era diverso. E non nego che nel vedere questo partito così balcanizzato, così scomposto, così diviso, mi sono chiesto se ne valga davvero la pena.

Perché la verità amici è che spesso, quando si fa politica, si rischia di sentirsi un po’ soli in mezzo al mare in tempesta. Perché al netto di tutto servire la cosa pubblica è una cosa così grande e bella che ogni tanto fa paura.

Ecco a cosa dovrebbero servire i partiti, questi elefantiaci consorzi umani che ti fanno sentire parte di qualcosa. Servono a renderci più forti, a rappresentare in modo collettivo le istanze del singolo. Ecco a cosa servono i corpi intermedi, a far sentire meno solo l’uomo, che di fronte al potere nudo e crudo rabbrividisce dalla paura. Ecco perché faccio parte di un partito, perché credo profondamente a questo. Credo che nessuno si salva da solo e che una comunità che renda tutti un po’ più umani è quello che ci serve per trovare il nostro posto nel mondo.

Oggi non l’ho vista quella comunità e questo mi ha fatto male.

Vorrei che Matteo Renzi si rendesse conto prima di tutto di questo. Che non sta contribuendo all’unità di questo ambizioso progetto ma che invece fa di tutto per farlo saltare. Vorrei che capisse questo prima ancora di entrare nel merito delle questioni. Perché la sostanza, dal mio punto di vista, sta sopratutto nel metodo e nei toni insostenibili di questi mesi: contro i sindacati, contro la minoranza, contro i gufi, contro i professori, contro noi stessi, contro la nostra storia, contro, contro, contro.

Dico che viene prima il metodo del merito perché sul merito ci si può confrontare e trovare una sintesi, ma sul metodo no. Se mancano le premesse è difficile trovare le conclusioni. L’arroganza ti fa vincere le elezioni oggi forse, ma spacca e divide la tua comunità, e non c’è cosa peggiore di questa. Perché i segretari passano mentre i partiti dovrebbero rimanere, e sopravvivere ai propri leader. Il rischio di implosione è grande e io vorrei che lo si evitasse, lo dico davvero, con tutto me stesso.

Perché chi non ha mai creduto nel Pd oggi punta tutto sul suo fallimento, e posso anche accettarlo, ma chi invece nel Pd ci è nato non può accettare passivamente di vederlo distrutto.

Io dico questo, sapendo che forse sarà inutile: fermiamoci tutti un momento, comprendiamo la portata storica di ciò che rappresentiamo e magari riflettiamo su come ricostruire un senso di appartenenza che vada oltre all’opinione pubblica ma si radichi su valori condivisi da tutti.

Cosa è il Pd oggi?, cosa vorrà essere domani? Davvero le ragioni che ci hanno portato a fondare questo partito sono oggi superate?
Rispondiamo assieme a queste domande per favore prima di prendere decisioni definitive. E lo so che la responsabilità di questo sta prima di tutto nel segretario. E infatti se la deve prendere tutta.
Ma a tutti gli altri dico: abbiamo forse fatto questa traversata nel deserto per buttare via poco dopo tutto ciò che abbiamo costruito? C’erano forse ieri meno ragioni di oggi per andarsene e mollare tutto? Che senso diamo alla nostra presenza, anche se minoritaria, in questa casa comune?
Davvero non crediamo di avere la forza di crescere, radicarci nei territori e lavorare per far divenire maggioritaria la nostra visione?

Rispondiamo fino in fondo a queste domande e poi ognuno potrà liberamente fare le sue scelte, non prima però, dopo. Io almeno vorrei fare così. E così farò, con senso di responsabilità perché ci sono tante persone che ci hanno dato un mandato preciso, nel PD e non fuori, e non vorrei che deludessimo prima di tutto loro. Visto che molte di loro sono già ampiamente deluse dagli svariati mandati traditi dal nostro segretario nazionale.

Questo sarebbe proprio ingiusto.

Penso a tutto questo e a tanto altro. Mentre il treno arriva a Firenze, amara tappa per concludere questo post!

IN VIAGGIO VERSO ROMA, Chi vuole la scissione?

A leggere i giornali sta mattina sembra che potrei tornare dall’assemblea nazionale non essendo più nel PD.
La dico così, un po’ per esagerare e un po’ perché i toni si sono davvero alzati molto. La stampa e i media ovviamente contribuiscono a creare questo clima da scontro totale anche quando in realtà le questioni che poniamo sono molto più nel merito di quanto ci venga riconosciuto. Basta leggerle le proposte di CIVATI, magari prima di scrivere un articolo o un post.

Chi vuole spaccare davvero? Chi non sopporta che il PD sia una casa grande del riformismo e piuttosto che mediare preferisce spostarsi a destra? Di chi è la responsabilità di non dividere ma di unire?
Matteo tra poco potrà decidere cosa fare, se propinarci il solito monologo un po’ arrogante e sopra le righe oppure dimostrare che se si chiede lealtà si devono riconoscere gli interlocutori e le loro istanze.
Se si chiede lealtà si deve rispetto.

Ci aggiorniamo più tardi.

Stay tuned!

Il bilancio dell’Immacolata

E’ già passato un anno dalle primarie del Partito Democratico che hanno eletto Matteo Renzi segretario.

A quest’ora un anno fa i seggi erano già aperti da tre ore e le persone cominciavano a votare. I militanti PD chiudevano così una breve ma bella campagna congressuale, fatta di confronto e di conoscenza di territori e iscritti. Certo una campagna dal risultato molto prevedibile, ma che comunque, tutti lo sapevano, avrebbe cambiato di molto il volto del PD per come l’avevamo fino a quel momento conosciuto.

Certo siamo arrivati tutti abbastanza stanchi a quelle primarie. Con un partito assolutamente logorato dalle elezioni politiche “non vinte”, dai 101, dal governo  Letta con Berlusconi, da una segreteria Epifani di assoluta transizione e per nulla incisiva.

Ora senza ripercorrere gli eventi, che tutti conoscete molto bene, penso sia il caso di fare qualche bilancio di questo anno trascorso. Un bilancio dell’Immacolata, perchè è passato solo un anno, ma molto è cambiato, molto è stato stravolto e tante cose che non ci saremmo mai aspettati sono successe. Insomma, come sta il Partito dopo un anno di segreteria Renzi? Come sta il paese lo sappiamo, ma io vorrei provare a fare un quadro della situazione partito.

Un pezzo di Mattia Feltri oggi su La Stampa prova a fare il punto chiedendo un contributo a quattro “esperti” (Ricolfi, Ignazi, Barbera, De Michelis) rispettivamente su quattro temi: economia, partito, riforme, estero. Il giudizio è moderatamente positivo, diciamo un pareggio, si salvano 2 ambiti su 4. Un si per riforme e estero e un no per economia e partito.

Partendo da qui vorrei provare a fare alcune considerazioni. Ovviamente di parte, lo dichiaro fin da subito, ma del resto non potrei fare diversamente. Comunque sono considerazioni che hanno l’ambizione di aprire ad un confronto con chi dovesse pensarla diversamente è avrà il “buon tempo” di leggere queste righe.

Proverò a dare un mio giudizio su quattro ambiti d’azione del nostro segretario,1) Organizzazione 2) Comunicazione 3) Rapporti interni 4) Costruzione identità. Ve ne sarebbero anche molto altri ma partiamo da qui.

  1. ORGANIZZAZIONE: Sotto questo aspetto in un anno Renzi ha dimostrato di non essere molto diverso dai suoi predecessori. Tra i figli del glorioso PCI e la nuova generazione naif che li ha rottamati c’è una sottile linea rossa. Su questa linea c’è scritto: TOTALE INADEGUATEZZA AD ORGANIZZARE LA STRUTTURA PARTITO NEL TERZO MILLENIO.  Questo è il dato. La nuova segreteria non ha dato prova di discontinuità. Sicuramente negli intenti ha dichiarato di voler superare la forma partito per come è stata sempre concepita, ma poi nei fatti non è stata in grado di indicare una credibile alternativa da strutturare. In altre parole ha indicato l’America come orizzonte ma poi ci ha detto che dovevamo raggiungerla a nuoto. E questo sul piano dell’organizzazione ci ha indebolito ulteriormente. Puoi dire che non ti interessano più gli iscritti, (e posso anche dire va bene) ma mi devi raccontare come costruire altre forme di partecipazione interna. Possono essere solo le primarie? Non credo proprio. In un anno nessuno iniziativa pubblica nazionale del PD, al netto del feste e delle “leopolde”, nessun collegamento con i territori, niente di niente. Non parliamo poi di soldi perchè ci sarebbe da piangere: abbiamo voluto abolire il finanziamento pubblico a favore delle cene ma la situazione finanziaria dei circoli territoriali è a dir poco drammatica, tenuto conto anche dei dipendenti delle federazioni. Era chiaro fin da subito che un segretario eletto che avesse la sola ambizione di fare il premier non avrebbe portato grande fortuna all’organizzazione interna ed ora siamo qui, a dirci le stesse cose che ci dicevamo un anno fa.
  2. COMUNICAZIONE: Il grande comunicatore Matteo non è riuscito a trasferire la sua grande abilita comunicativa a favore del partito. Questo è il dato. Penso che il sito nazionale del PD lo dimostri ampiamente (è solo un esempio). La comunicazione in campagna elettorale ha funzionato certo, ma  più per Renzi stesso che per un apparato comunicativo del partito degno di questo nome. I casi de l’Unita e Europa cristallizzano una situazione difficile, per carità non voglio dire che la colpa sia tutta di Renzi. Penso che il punto sia: con quali strumenti un partito diffonde i proprio contenuti  o, ancor meglio, dà spazio ai suoi militanti per confrontarsi su temi e visioni? Per molto tempo la carta stampata è servita anche a questo. Detto che la crisi oggi è dello strumento in genere e non solo di quei giornali cosiddetti “di partito”, come si struttura su nuove forme lo stesso bisogno? Come si mettono in circolo le idee? Come si costruisce una dialettica interna? Io credo siano questioni importanti ma non ho visto alcuno sforzo della segreteria nazionale in questa direzione.
  3. RAPPORTI INTERNI: Io ne sono convinto, la qualità di un leader si misura dalla sua capacità di rappresentare in sè una sintesi alta della dialettica interna. Ovvero non sei un buon leader se il dissenso lo prendi a schiaffi. L’arroganza di Renzi sarà anche figlia dello spirito del tempo, ma è un grande segnale di debolezza. Il PD è depositario di grandi storie e culture del secolo scorso, ed è anche figlio di un grande sforzo di sintesi e di unione. Non si può guidare con il piglio di un “arrogantello” di provincia. Attenzione non dico non sia un buon modo per vincere le elezioni, visto il tempo in cui viviamo, ma non sarà di certo un gran modo per rendere unita e forte la nostra comunità. I dati di tessere e anche affluenza alle elezioni (vedasi Emilia-Romagna) lo dimostrano ampiamente. So che a nessuno frega nulla, perchè tutto è secondario e ci sono ben’altri problemi, però io una pensata ce la farei. Il “frame” scelto da Renzi è chiaro e vincente per imporsi come leader nazionale in questa fase, molto marchese del Grillo, “io so’ io, e voi nun siete un….”, ma penso che non sia l’approccio giusto per un segretario.
  4. COSTRUZIONE IDENTITA’: Il quarto tema è il punto cardine. Centrale. Direi costitutivo. Da quando esiste il PD si parla della sua identità, non come tratto esclusivo ma come tratto fondativo. Da anni siamo alla ricerca della nostra “epifania” senza grandi successi. Non ne sono stati capaci i dirigenti che hanno preceduto Renzi, per evidenti ragioni. Ma da chi si è imposto come novità assoluta rispetto al passato me lo sarei aspettato, anzi era proprio un dovere. Voglio dire, pensavo che liberi dai fardelli del novecento, fatti di ideologie e anti-ideologie, si potesse finalmente costruire l’identità della nuova sinistra, e invece nulla. Peggio di prima, come prima, stesso copione. Una paura incredibile di essere tacciati come ideologici, come comunisti, come estremisti. E allora dritti ad inseguire la destra sul suo piano, e la conservazione. Certo qualcosa è cambiato, qualche tabù è stato lasciato alla spalle, per fortuna. Ma da questo punto di vista e fino ad ora Matteo Renzi si è dimostrato assolutamente inadeguato al grande compito che la storia gli ha consegnato. Il tema non è il derby per dimostrare chi è più di sinistra intendiamoci. Il tema è che in un quadro europeo così bloccato e in mano ai conservatori che scrivono le regole del gioco, il compito è quello di imporsi come forza di vero cambiamento. Come forza che supera gli steccati, questi si ideologici, che impongono le forze economiche e politiche sul piano europeo oggi. Da questo punto di vista l’intervista a Civati di oggi su Repubblica è illuminante. Se non crei identità non costruisci comunità. Il punto non è tornare al novecento, è al contrario capire che la forma partito per come è stata concepita fino ad oggi è davvero fallita e serve un altro collante. Dalla fiducia all’identità che si lega ad un progetto chiaro e leggibile di futuro. Basta con le parole dette e smentite dai fatti un secondo dopo. Ci vinci le elezioni così ma non ci cambi un paese. Il modello organizzativo delle associazioni è assolutamente vincente, per nulla antico e molto aperto, però in quel caso l’elemento identitario e l’obiettivo comune è chiarissimo ed auto-evidente. Su questi temi ci si dovrebbe interrogare, e invece nulla, in un anno nulla si è mosso in questa direzione. Abbiamo lavorato sull’identità nel senso che ci siamo spostati sensibilmente a destra per recuperare consensi ma senza sapere bene cosa ci vogliamo fare con questi voti. E infatti facciamo un po’ di tutto, e il contrario di tutto.

Queste sono solo alcune considerazioni in ordine sparso e spero non troppo confuse. So che è un bilancio molto negativo per essere il giorno dell’Immacolata e so anche che in queste contraddizioni ci siamo dentro tutti, me compreso. Ma so nello stesso tempo che fino a quando non le affronteremo non andremo avanti di un solo passo, vinceremo le elezioni forse, ma non cambieremo la storia e questo se permettete mi pare un compito più grande. E badate bene, lo so che per realizzare il secondo occorre realizzare il primo, però è altrettanto chiaro come si debba lavorare parallelamente su più piani.

Altrimenti qui entro il prossimo 8 dicembre il bilancio sarà semplice da fare perchè saremo talmente tanto liquidi che non ci sarà più struttura organizzata da commentare e su cui lavorare.

E stiano attenti quelli che dicono che è necessario assecondare lo spirito di questa società liquida: un Partito degno di questo nome guida i processi, non si fa guidare dalle derive involutive.

Di tutto ciò, se vorrete, continueremo a parlare.

Buon 8 dicembre a tutti!

L’INFINITO DI LEOPARDI e due parole sul voto in Emilia Romagna e Calabria

Credo che sul voto alle regionali in Emilia Romagna e Calabria sia già in atto la “guerra delle analisi”, molte inutili altre interessanti. Questa di Jacopo Suppo mi convince e ve la consiglio.

Prima di tutto complimenti, auguri ed in bocca al lupo ai nuovi presidenti PD di Emilia-Romagna e Calabria, Stefano Bonaccini e Mario Oliverio.

Ora qualche riflessione:

Di sicuro il dato dell’astensione è quello che colpisce di più ma io mi sento lontano sia dalle parole del nostro Premier-Segretario, che in poche battute affronta il tema senza entrare minimamente nel merito, sia da quelle di chi festeggia a sinistra senza accorgersi di non essere riuscito in alcun modo a frenare quel dato o quelle di chi già invoca la fine dell’ascesa renziana.

La semplificazione, sia in un senso che nell’altro, non aiuta. Il problema come spesso accade sta altrove ma non pare che in molti abbiano voglia di affrontarlo.

Come si organizza la rappresentanza in una democrazia che dà cenni sempre più grossi di cedimento. Come si riformano i partiti in una società sempre più fluida e priva di punti di riferimento?

Non aiuta in alcun modo, e anzi è un pezzo del problema, la battaglia sfrenata e arrogante, mossa da Renzi verso tutte le strutture deputate alla mediazione sociale. Se colpisci a morte i corpi intermedi, (sindacati, parti sociali, categorie e associazioni in genere), frana l’essenza stessa della democrazia. Quelle sovrastrutture che servono da collante, che danno identità e senso di appartenenza, che hanno fatto dire a molti che “si, ne vale ancora la pena, attivarsi per dare un voto, per garantire rappresentanza politica a bisogni collettivi”.

Non aiuta nemmeno che questi stessi corpi intermedi non si siano mai, nell’ultimo ventennio, messi in discussione, aprendo un dibattito serio e aperto.

Non aiuta la retorica del Partito della Nazione, perchè da sola puzza già di pigrizia e di delega. Se diamo mandato a uno solo di rappresentarci tutti, che senso hanno la militanza, l’impegno, la dialettica, la contrapposizione, il confronto e in ultima analisi: la partecipazione e il voto?

Tutto scivola via, in questa società slegata e senza punti di riferimento, in cui un dato di astensione così alto si supera con un tweet o con un ghigno sadico di chi, non riuscendo ad imporsi come alternativa gode delle sventure altrui, non capendo che è parte integrante di queste sventure. (Se non si fosse capito parlo di una certa sinistra, a sinistra del PD).

Così, in mezzo a questa confusione, l’unico che può ridere davvero è Matteo Salvini, che fonda ufficialmente la nuova destra italiana. Imbevuta delle derive peggiori, che punta dritta al consenso dei tanti delusi, arrabbiati, disoccupati, deboli e poveri di ogni risma. Tutte categorie lasciate sole e ai margini, che nessuno rappresenta e che a nessuno sembrano interessare, ma che sono il vero nodo della questione. Così, mentre la nostra Le Pen prende consensi, noi continuiamo a #cambiareverso alle cose, imbarcando chiunque su questa nave, senza perdere tempo in analisi, perchè quelle le fanno solo i “gufi e i rosiconi” e senza chiederci dove punta la bussola e quali mari vogliamo davvero solcare.

In tutto ciò, per rimanere nella metafora della barca e del mare,  mi viene in mente il buon Leopardi ed il suo antico verso, l’unico che non possiamo cambiare:

Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.