Congresso unitario? No, grazie.

La richiesta di un congresso unitario è davvero surreale. Se si vuole evitare un congresso vero, se si vuole evitare di spaccare il partito a qualche mese dalle europee non serve fare generici appelli all’unita. Basta tenere Maurizio Martina alla guida della nostra comunità, cosa che per altro sta facendo molto bene, per tutto il tempo necessario. Diversamente questa proposta sembra un alibi e una mancanza di coraggio, oltre che segnalare quanto qualcuno non abbia ancora capito cosa è successo il 4 marzo. Non si esce dalla nostra peggior sconfitta con un sommesso “volemose bene”, se ne esce dicendo le cose chiare, definendo una linea precisa, una direzione in cui andare. Io credo che debba essere una direzione molto diversa da quella che ci ha condotti fino a qui. Chi la pensa diversamente è libero di farlo, ed è libero di candidare e sostenere chi più desidera, ma non ci obblighi, con la scusa dell’unità, a rimuovere una discussione sincera e franca su questi ultimi anni. Qui qualcuno ha paura della “conta” dicono, io invece vorrei che potessimo contare davvero. Ma non con l’accezione che la brutta politica dà a questa parola: io vorrei contare gli amici e i compagni che ancora hanno voglia di fare strada con noi, quelli che abbiamo perso e che potrebbero tornare, quelli che abbiamo trovato per strada e che non sono convinti di restare. Quelli che non ci hanno mai visto come interessanti ma potrebbero iniziare a farlo. Ecco chi vorrei contare, vorrei contare le volte in cui ci mettiamo in ascolto di ciò che sta accadendo nella società e le volte in cui senza arroganza ragioniamo sugli errori fatti. Vorrei contare le volte in cui siamo stati comunità, troppo poche, lo so già da ora.

Ecco a cosa serve il congresso. Fuori da questa visione c’è solo un intero gruppo dirigente che si auto-assolve, ed io non ho alcuna intenzione di stare a guardare mentre questi parlano ad un confessionale vuoto. Forza!

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Grazie Maurizio!

Oggi Martina ha parlato con il cuore.

E voglio ringraziarlo perché non era né semplice né scontato. Il suo è stato un discorso coraggioso, appassionato e onesto. Ha parlato da segretario senza pesare le parole secondo gli equilibri di corrente. A tratti durante il suo intervento è sembrato quasi si stesse liberando da un peso troppo a lungo portato. In più passaggi del suo intervento si è rivolto a tutto il centrosinistra dicendo: “abbiamo capito la lezione del 4 marzo, ora però venite ad aiutarci”. Senza una seria comprensione di ciò che ci ha portati alla più grande sconfitta della nostra storia non potrà esserci futuro. Così come senza i democratici, senza le persone che oggi erano in Piazza del Popolo, non ci potrà essere futuro per la sinistra e per l’alternativa in questo paese. Le parole di Martina indicano una buona via verso il congresso per la nostra “comunità di destino”, come lui stesso l’ha definita. Fianco a fianco, per la strada, dove risiede il cuore dell’alternativa popolare che dobbiamo costruire e di cui questo paese ha, già ora, un disperato bisogno. La notte può essere anche molto lunga ma, se si hanno i giusti compagni di viaggio, arrivare fino all’alba può essere meno difficile del previsto. Forza, mettiamoci in viaggio! #fiancoafianco #perlitaliachenonhapaura #piazzadelpopolo

Il Ministro del dis-ordine pubblico

Le indiscrezioni sul prossimo “decreto immigrazione” confermano l’intento del ministro del dis-ordine pubblico. La linea è chiara:

  1. Eliminare i permessi di soggiorno rilasciati per motivi umanitari al fine di creare il caos.
  2. Chiudere i rubinetti del sistema SPRAR non favorendo un sistema di accoglienza territoriale, diffuso e gestito dai comuni, così da tenere in piedi solo e unicamente il sistema CAS gestito delle prefetture in strutture il più grande possibili e quindi incapaci di creare vera integrazione.
  3. Rendere antieconomica la partecipazione ai bandi delle Prefetture riducendo la quota pro-capite die. Favorendo così le aziende più grandi, che gestiscono numeri alti di richiedenti asilo, spesso senza rapporti con il territorio.

Lo schema di Salvini è lucido, per quanto cinico e disumano: impedire la regolarizzazione dei richiedenti asilo così da protrarre la loro instabilità impedendo, di fatto, la loro integrazione. Meno stranieri regolari significa più persone invisibili che vivono sotto la linea della legalità, in condizione spesso disumane, abbandonate nelle varie periferie urbane, con la prospettiva molto concreta di imboccare, per sopravvivere, la strada del lavoro nero (nella “migliore delle ipotesi”) o della delinquenza . Si, perché senza quel pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno, la strada della legalità, di una vita piena, fatta di lavoro e futuro, diventa sostanzialmente impossibile.

Qualcuno potrà dire che non è vero ciò che affermo, potrà dire che si faranno i rimpatri e che quindi tutte queste persone verranno riportate nei loro paesi d’origine. Al netto delle valutazioni etiche su una scelta come questa, mi preme ricordare a tutti che ciò non è realisticamente possibile per almeno due  ragioni:

  1. I costi di un’operazione di questo tipo.
  2. L’ostacolo rappresentato dagli stati di provenienza con i quali è molto difficile, per non dire impossibile, siglare accordi di rimpatrio su vasta scala.

Quindi si ritorna al punto precedente: quale obiettivo dietro alla scelte dell’attuale Ministro dell’Interno? Facile: il disordine, la confusione e l’instabilità del sistema. Poiché queste dimensioni producono rabbia, paura, frustrazione e voglia di rivalsa su chiunque venga percepito come causa dei nostri mali. Ed è proprio su rabbia, paura e frustrazione che il Ministro fonda il suo consenso. Il punto è proprio questo.  Salvini non vuole affatto affrontare la situazione dei flussi migratori, lui vuole farla esplodere, vuole perpetrare una condizione di eterno disagio per massimizzare il suo consenso.

Allora io credo che dovremmo mettere al centro della discussione questo tentativo subdolo e scellerato. Raccontare che l’unica accoglienza possibile è quella dell’integrazione e della legalità, quella che regolarizza i progetti migratori dei migranti. Che permette loro di lavorare e di studiare, di sentirsi parte di una comunità. Questo significa togliere dalla mani delle Prefetture la gestione della maggior parte dei CAS e lavorare per una “Agenzia Nazione del Sistema di Asilo” che costruisca percorsi con gli enti locali, con le associazioni del terzo settore, con il mondo della cooperazione. Questo vuol dire replicare buone prassi da tutta Italia e archiviare le cattive prassi che pure vi sono state, anche diffusamente ammettiamolo.

Di tutto questo al nostro ministro del dis-ordine pubblico non interessa assolutamente nulla. Lui sa solo che la sua missione è rafforzata dalla marginalità della vita altrui, ad ogni “Rosarno” che sorge il suo bacino di voti si ingrossa e lui non può che esserne felice.

Se solo se ne accorgessero gli amanti della linea dura, anche quelli a sinistra che in questi anni hanno rincorso la destra su questi temi. Se solo ci accorgessimo che questa linea dura è tale solo a parole, le parole di chi sa essere forte solo con i deboli. Se solo ci accorgessimo che l’approccio securitario al tema immigrazione produce solo disagio e irregolarità, ancora più difficile da gestire. Ma è come se non si volesse vedere. Come se non riuscissimo ad accettare che queste persone hanno un volto e un nome, spesso un progetto, e devono solo essere messe nelle condizioni di svilupparlo. E chi tra loro non dovesse averne uno, e spera di tirare a campare tra un espediente e un altro, non viene minimamente sfiorato da una legislazione più rigida. Capiamoci, ci sono ragazzi e ragazze con un contratto di lavoro, la voglia di una vita vera qui, la voglia di studiare, che vedono sfumare tutto questo a causa di una risposta negativa di una Commissione Territoriale prima, e di una sezione di un Tribunale poi. E’ a queste persone che neghiamo il futuro, è a questi uomini e a queste donne che diciamo “no!, non c’è spazio per te”. I furbi, come ovunque nel mondo, si arrangeranno sempre, con Salvini al governo o senza. Restringere la strada verso il permesso di soggiorno, eliminando la Protezione Umanitaria, vuol dire invece negare la possibilità di una fattiva integrazione. E questo si, potrà rappresentare un problema in prospettiva per tutti noi.

Quando questo paese si troverà in una fase di reale difficoltà a gestire questi numeri ingenti di invisibili, speriamo si ricordi anche chi ringraziare, sempre lui: il ministro del dis-ordine pubblico.

Cari europeisti dobbiamo parlare

Le sanzioni a Orbàn sono sacrosante e benedette. Però, “cari i miei europeisti” (categoria a cui mi ascrivo senza ombra di dubbio), dobbiamo dirci una cosa con molta sincerità.

Orbàn e la sua politica illiberale non sono la causa della debolezza europea, al contrario ne sono l’effetto. L’effetto più evidente e più devastante di questa Europa divisa dagli interessi nazionali, debole su ogni posizione internazionale, attenta più ai numeri che alle persone. Allora io non vorrei proprio che dell’Europa tra 30 anni si parlasse come ora parliamo della Società delle Nazioni dopo la grande guerra. Intuizione felice ma incapace di concretizzare un’azione politica coerente ed efficace. Era il 1935 quando la Società delle Nazioni sanzionò l’Italia per la brutale aggressione dell’Etiopia, sappiamo tutti come andò a finire. Penso a questo da ieri, in questo 2018 dai contorni grigi con un tremendo retrogusto anni ’30.

Il mare

Essaouira, Marocco

Anche dal Marocco, dove mi trovo per qualche giorno di vacanza, sento tutta la vergogna per quanto sta accadendo in Italia. Voglio provare, con le parole di un grande scrittore, a seminare un po’ di bene in mezzo a questo campo di male in cui sguazzano i seminatori di odio. È un esercizio di resistenza, a cui credo dovremmo tutti abituarci.

“…In Marocco il mare e il deserto si sono intrecciati in un vortice di domande, e nessuno è in grado di svelarne il significato molteplice, devastante, impossibile. Nessun bisogno di preamboli e riverenze verso ciò che non possiamo dominare. Allora lo disegniamo, lo rappresentiamo, lo trasferiamo nell’adulazione di tutti i suoi misteri. […] Il mare è anche una speranza che finisce male, una scommessa che scava un’immensa fossa, vascelli di carta che sprofondano nel cuore della notte e altri che si innalzano come statue sconvolte dalla bellezza del mondo, dalla grazia di una grande speranza. Dall’inizio degli anni Novanta, il cimitero marino del Marocco continua a inghiottire corpi che poi scaraventa sulle spiagge di Almería. Il mare è anche questa tragedia quasi quotidiana….”

(Tahar Ben Jelloun, “Marocco, Romanzo”)

 

Genova, quello che vorrei dire.

Quello che vorrei dire sui fatti di Genova sta tutto qui. Ne sento il bisogno, non per prendere parte alla bulimica giostra di commenti di questi giorni. Per provare piuttosto a trovare un modo per uscirne.

Tutto ciò che voglio dire su Genova è racchiuso qui sotto a queste righe che risulteranno una forse inutile premessa. Tutte le altre parole le lascio a voi. Ne ho lette molte, altre le ho ascoltate, alcune delle quali molto precise, utili e puntuali, alcune altre molto meno. Altre ancora per nulla, vergognose, ciniche, schifose, come solo questo nostro tempo riesce ad essere.

Quello che vorrei dire sui fatti di Genova sta tutto qui.

In una foto, che racchiude il meglio del nostro paese e del nostro essere Umani. In una frase, che indica una traccia da seguire per uscire forse non indenni, ma almeno il più velocemente possibile, da questa follia collettiva che tutto sta contaminando. Una frase che ha lo scopo di essere esercizio quotidiano, per non annegare, per continuare a respirare e non soffocare sotto il peso dei predicatori del male, che stanno ormai colonizzando la scena pubblica e l’immaginario collettivo.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

(Italo Calvino, Le città invisibili)

soccorsi genova

I soccorsi dopo il crollo di Ponte Morandi a Genova.
ANSA (www.lettera43.it)

 

 

Io vi conosco

La vostra gioia piena di livore e meschinità nello scoprire che il movente dell’aggressione a Daisy Osakue non sarebbe razzista è la misura della vostra povertà d’animo.
Come se ve ne fosse mai importato qualcosa della vita di chi ha la pelle nera nel nostro pase, dei loro diritti e di come si sentono quando hanno gli occhi puntati addosso, gli occhi del pregiudizio e del disprezzo talvolta.
Io vi conosco, voi che oggi scrivete fieri ed orgogliosi che Daisy non è stata aggredità da razzisti. Vi conosco. Siete quelli che dopo la morte di Soumayla avete scavato nella sua vita nella speranza di trovare un permesso di soggiorno scaduto, una denuncia, un foglio di espulsione. Siete gli stessi che hanno condiviso con la bava alla bocca le foto dello smalto di Josefa. Siete voi, vittime e carnefici allo stesso tempo. Così impegnati a negare che il nostro paese e la nostra società stia cedendo all’odio e alla cultura della sopraffazione verso il più debole. Quotidianamente dediti a quest’opera di rimozione collettiva, dove l’odio verso il diverso e verso il povero, vengono sempre coperti da qualche alibi.
Io lo so perchè siete felici oggi, perchè avete un nuovo alibi per non ammettere quello che invece è evidente nel nostro paese e in europa: il razzismo e l’odio verso la diversità stanno tornando con prepotenza sulla scena della storia.
La vostra gioia è misura della vostra codardia, della paura fottuta che avete di andare incontro all’altro, di stringergli la mano, di fare strada insieme a lui. Questo, si sa, significherebbe fare fatica, compromettersi. Questo si, vi renderebbe davvero felici e renderebbe questo mondo un posto migliore dove vivere.