La nostra Storia 

Oggi Assemblea Nazionale del Partito Democratico a Roma. Non ho detto e scritto nulla in questi giorni convulsi. Non l’ho fatto di proposito perché vista la fase delicata non credo serva rafforzare lo schema delle tifoserie di parte. Serve invece riflettere, pesare le parole, ricordare a tutti e tutte che prima delle nostre ambizioni viene il paese che abbiamo scelto di servire. 
Prima della nostra storia personale viene la nostra storia collettiva. Una Storia grande e importante. Nessuno si arroghi il diritto di buttarla via. 

Nessuno. 

Su Italicum e Consulta 

Passare da una legge ultra-maggioritaria ad una estremamente proporzionale non è una  buona notizia per nessuno. Tranne per colore i quali godono per l’instabilità del sistema e per gli eterni “gattopardi”.

Detto ciò: 

1) Da domani, se andremo al voto con la legge uscita dalla consulta, avremo larghe intese perenni. Con buona pace del centrsinistra, dell’Ulivo, della sinistra e della società civile. Contenti voi. 

2) Non eistono leggi elettorali perfette ma di sicuro è da folli continuare a cambiarle ad ogni giro di boa. Le leggi elettorali sono le regole del gioco, cambiarle di continuo significa delegittimare il gioco. E quando questo “gioco” si chiama Democrazia rappresentativa, questa cosa non va affatto bene.

3) Dati per letti i primi due punti vorrei però dire al mio Partito, segnatamente al gruppo dirigente e al suo segretario, che esiste un modo molto semplice per non farsi bocciare le leggi dalla Consulta. Basta approvare buone leggi. E l’Italicum semplicemente non lo era. E lo abbiamo detto in molti, da subito. Vi abbiamo chiesto di non forzare la mano, di non spaccare il partito e di non porre la fiducia. Avete fatto il “diavolo a quattro” per portarla a casa questa legge elettorale ed ora ci troviamo in questa delirante situazione. Con la “prima repubblica” che ritorna prepotentemente sulla scena. 

Chiunque abbia a cuore le sorti del nostro paese si impegni per votare in parlamento una legge migliore di questa, che ci consegni un vincitore e che garantisca rappresentanza. Il mattarellum come dicono in molti è un ottimo punto di partenza. Se questo non sarà possibile faccio i miei migliori a tutti quanti, faremo un balzo indietro nel tempo di parecchi anni. 

ELEZIONI PROVINCIALI: CI SARÒ! 

Per proseguire la strada cominciata 2 anni fa, per dare continuità ad un lavoro di squadra e per continuare a servire il nostro territorio. Mi candido nella lista PROGETTO VCO per continuare,assieme al Presidente Stefano Costa, ad amministrare la Provincia del VCO.

Sono stati due anni davvero intensi e per me personalmente di grande crescita e maturazione politico-amministrativa. Abbiamo assunto una responsabilità grande, ma tra mille problemi siamo riusciti ad arrivare fin qui salvando la Provincia da un dissesto annunciato, ora deve continuare ad essere l’ente che unisce il territorio e che mette in rete i bisogni delle amministrazioni. Lavorare con i miei compagni di maggioranza è stato un onore, così come è stato sempre leale e rispettoso il confronto con la minoranza. 

Mi piacerebbe continuare il lavoro iniziato, per questo mi candido di nuovo nella lista PROGETTO VCO chiedendo sostegno ai consiglieri comunali e sindaci che andranno a votare il prossimo 8 gennaio.

Grazie! 

Avanti!

Hollande e il socialismo sempre meno gaudente 

Qualche volta la strepitosa pagina Facebook “Socialisti Gaudenti” decide di cambiare tono e proporre qualche riflessione assolutamente sul pezzo e senza ironia alcuna. Ieri è stata una quelle volte. Parto da loro per non appesantire troppo il ragionamento ma credo davvero che il punto sia proprio quello. Nel giro di tre anni abbiamo visto tramontare leader che sembravano pronti a guidare la riscossa socialista in Europa, un’intera classe dirigente socialista andare a sbattere contro il mondo che era cambiato. Pier Luigi Bersani era solito dire che non si poteva fermare il vento con le mani, solo che il vento è passato ed era un tornado. Era il vento delle forze politiche “anti-sistema” per così dire, e noi non solo non l’abbiamo fermato con le mani, ma talvolta non l’abbiamo nemmeno visto arrivare. Intendo dire che ci è entrato in casa quel vento ed ha finito per prenderci gran pezzi di elettorato e di parole d’ordine. Certo, usandole per scopi anche diametralmente opposti ai nostri, ma tant’è.

Ora l’annuncio di ieri di Hollande è soltanto l’ultimo tassello del fallimento di quella classe dirigente, lo dico con rispetto ma con molta amarezza. 

Io non so se riusciremo ad evitare derive “lepeniste” in Italia e in Europa; so solo che il PSE deve ritrovare se stesso e la propria missione e provare seriamente ad invertire la tendenza. In Italia la situazione è leggermente diversa e questo dovrebbe spingere il Pd a guidare questa riscossa. Staremo a vedere cosa accadrà dal 5 dicembre. 

La domenica del referendum #7 (il mio SI)

Quello di oggi è l’ultimo pezzo de “La domenica del referendum”, piccola rassegna che ho tenuto in vista del referendum del 4 dicembre.

Ho più volte scritto sul mio blog circa il mio approccio nei confronti di questa campagna referendaria. Ho anche scritto che in molte fasi non mi è piaciuta e non l’ho condivisa, nei toni, nei modi e nei contenuti.

Detto ciò, il mio voto domenica prossima sarà un SI, anche grazie alle riflessioni fatte qui sopra e alle discussioni che ne sono nate con alcuni di voi. Per sgomberare subito il campo dico che non è un SI dettato dall’appartenenza o dalla tessera di partito che ho in tasca. Molti compagni voteranno NO, molti altri voteranno SI, ed io rispetto la scelta di tutti. La Costituzione non è un terreno su cui possono valere le adesioni di parte. Vale, prima di tutto, la propri coscienza: la coscienza di cittadino viene prima dell’appartenenza ad una comunità politica.

Un SI libero quindi, maturato da alcuni convincimenti nel merito del testo di riforma, poiché questo è l’approccio che ho avuto in questi mesi e credo che alla fine abbia portato buoni frutti.

Ho letto tanti contributi, ho parlato con molte persone, ho partecipato ed animato confronti.

Mi sono fatto la mia idea su questa riforma.

Mi sono convinto del fatto che il testo sottoposto ai cittadini riesca ad affrontare alcuni dei punti più discussi dall’agenda politica di questo paese degli ultimi trent’ anni. Li affronta e li risolve, nella maggior parte dei casi, in modo convincente.

In alcune parti si poteva certamente fare meglio, ma credo che per migliorare si è sempre in tempo, mentre invece buttare via tutto il lavoro fatto dal parlamento in due anni è un lusso che non ci possiamo permettere.

3 ESEMPI CONCRETI

  • SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PARITARIO

 La riforma definisce finalmente l’assetto dei due rami del parlamento superando quello che, a mio avviso, è stato il “peccato originale” della Carta del ’48. Un sistema bicamerale in cui una camera è la copia dell’altra, si spiega nel contesto storico in cui è stato scritto il testo, ma non è in alcun modo congeniale ad un sistema parlamentare moderno. Valorizzare e diversificare i ruoli della Camera Alta e della Camera Bassa (sia sotto l’aspetto delle materie trattate, sia sotto quello delle modalità di elezione dei loro componenti) è oggi un dovere e non più un’opzione.

  • ELIMINAZIONE DELLE COMPETENZE CONCORRENTI TRA STATO E REGIONI

 Una riforma nata per dare spinta e forza alle autonomie (la revisione del Titolo V nel 2001) si è trasformata in un incubo di ricorsi e controricorsi. L’autonomia e la forza degli enti locali, a mio avviso, non si realizza ingolfando la corte costituzionale per capire chi, tra stato e regioni, è competente a legiferare su una specifica materia. La riforma elimina quindi, da un lato le competenze concorrenti rendendo più chiaro il quadro del “chi fa cosa?”, dall’altro sposta la rappresentanza delle autonomie e il loro raccordo con il potere centrale, nella composizione del nuovo Senato.

  • RAFFORZAMENTO DEGLI STRUMENTI DI DEMOCRAZIA DIRETTA

La riforma fa passo avanti su questo terreno. Introduce il referendum propositivo, abbassa il quorum per quello abrogativo (in caso si riescano a raccogliere 800mila firme) e inserisce in costituzione l’obbligo per il parlamento di discutere le leggi di iniziativa popolare (aumentando le firme a 150mila). L’aumento delle firme da raccogliere in un caso o nell’altro non mi pare un’assurdità. Anzi, ritengo che il ragionamento del legislatore sia coerente: il parlamento cede un po’ della sua sovranità in cambio di una maggior responsabilità da parte dei cittadini. E’ una soluzione win-win diciamo.

IL PIANO POLTICO PIÙ GENERALE

 Congiuntamente alle questioni di carattere tecnico ci sono anche rilevanti questioni di natura politica, come è ovvio, e giusto, che sia.

  • INTEGRAZIONE EUROPEA

 Da ormai molto tempo sono convinto che l’unico orizzonte politico della nostra generazione siano gli “Stati Uniti d’Europa” che si traducono, di fatto, in una maggiore integrazione europea. Penso che far dialogare sistemi complessi sia oggi una delle ragioni che rende più difficile questa integrazione. In altre parole, più i sistemi istituzionali dei singoli stati-nazione sono complessi e barocchi e più sarà complesso immaginare di farli dialogare in chiave federale. Per questa ragione trovo che una riforma come questa, che semplifica il sistema, vada nella giusta direzione.

  • LA DERIVA POPULISTA

 Chi trarrà beneficio e maggior consenso in caso di bocciatura di questa riforma il 4 dicembre? Lo dico da mesi ad amici sinceri e ai compagni che militano tra le fila del NO. Non illudetevi, il 5 dicembre non saranno l’ANPI o l’ARCI a guidare il fronte vittorioso. Saranno, purtroppo dico io, le forze più conservatrici, retrograde, antieuropee e populiste del quadro politico italiano. Non mi pare di sbagliarmi se affermo che saranno Grillo e Salvini, in primis, a festeggiare, se il NO dovesse prevalere. Rafforzare questo fronte politico non è ausapicabile e sarebbe quanto di più dannoso per il futuro di questo paese: pensateci quando andrete a votare il 4 dicembre.

  • LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

 C’è, davvero, qualcuno che in buona fede oggi possa affermare di non vedere la grande crisi dei sistemi democratici in Europa e nel mondo? La crisi dei sistemi democratici che “perdono” di fronte a vecchie e nuove potenze autoritarie? Il binomio democraziacapitale che ha attraversato il Novecento uscendone vittorioso, sta lasciando il passo ad un attraente e meno costoso capitaleautoritarismo, per il quale vige la legge “massima resa minima spesa”.

La crisi della democrazia, pertanto, è ovviamente anche una crisi culturale e di valori, ma da qualunque parte la si guardi è un dovere della politica dare delle risposte concrete per invertire la tendenza.

Inganneremmo noi stessi se non ammettessimo che la percezione diffusa tra i cittadini del “mondo libero” sia quella di vivere in sistemi che hanno perso la capacità di decidere, perché troppo barocchi e farraginosi. Questo vale una volta di più per i sistemi parlamentari come il nostro. Riflettiamo, perché i periodi più neri del Novecento europeo sono sempre stati preceduti da grandi momenti di critica generale al “parlamentarismo inconcludente”, due esempi su tutti: l’Italia liberale di Giolitti e la Repubblica di Weimar. La crisi della democrazia si può arginare in mille modi diversi. Uno di questi è sicuramente affrontare la questione istituzionale e provare a risolverla rendendo il nostro sistema più moderno e capace di dare risposte ai cittadini, intento che mi pare evidente in questa riforma.

IL SISTEMA DELLE GARANZIE

 Tra le critiche più deboli al testo che ho ascoltato in queste settimane  c’è il “mantra” del sistema delle garanzie che si andrebbe a smantellare dovesse prevalere il SI.

Tre sono le ragioni che escludono certamente questa direzione:

  • IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 Aumenta il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo, a differenza di ciò che viene raccontato impedirà l’elezione di un Presidente di parte. I numeri lo dimostrano, provare per credere. Il plenum per eleggere Presidente della Repubblica sarà di 730 elettori, i 3/5 di 730 sono 438 elettori. Anche nell’ipotesi in cui la maggioranza abbia garantiti 340 deputati da un sistema elettorale fortemente maggioritario, ne servirebbero comunque altri 98 per raggiungere la cifra utile di 438. Ora, siccome il Senato sarà composto da 100 senatori è evidente che nessuna maggioranza politica, benché forte, potrà avere quasi la totalità (98!) dei senatori dalla sua parte.

  • LA CAMERA ALTA CON MAGGIORANZA DIVERSA DA QUELLA CHE SOSTIENE IL GOVERNO

 Questo esempio parla di come il sistema delle garanzie rimanga intatto. Slegando l’elezione dei senatori dalle elezioni politiche ci potremmo trovare in situazioni in cui la maggioranza dei senatori avrà colore politico diverso da chi governa (analogamente alla così detta “anatra zoppa” all’americana). Se non è questo un elemento di garanzia del sistema, non so cosa possa esserlo.

  • I POTERI DEL PREMIER RIMANGONO INVARIATI

 Da molte parti abbiamo sentito in queste settimane argomentare circa un presunto rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio introdotto con questa riforma. Non è così. Nessun articolo riguardante i poteri del Premier è stato variato. Questo è un fatto incontrovertibile.

 

 COSE DA FARE SUBITO DOPO IL 4 DICEMBRE

 È chiaro a tutti quali saranno i passi successivi ad una eventuale vittoria del SI.

  • SUPERAMENTO DELL’ITALICUM

 Il patto siglato all’interno del PD dovrà essere portato in parlamento e su questo occorrerà trovare massima convergenza. L’Italia merita una legge elettorale seria, d’impostazione maggioritaria ma che non sacrifichi la rappresentanza. Superare le debolezze e le imperfezioni dell’Italicum è possibile. Basta la volontà politica in primis, del parlamento ma anche del premier/segretario.

  • LEGGE ELETTORALE DEL SENATO

 La nuova legge elettorale per il Senato dovrà essere subito messa in discussione. Occorre partire dalla proposta Fornaro-Chiti per dare reale attuazione al nuovo Articolo 55 e permettere così ai cittadini di eleggere i propri senatori tra i candidati ai consigli regionali.

POST SCRIPTUM

Siamo arrivati quasi alla fine di questa campagna referendaria. Enrico Mentana aveva previsto sarebbe stata la peggiore campagna elettorale di sempre, in parte non ha avuto torto. Ma a fronte di ciò, io credo sia stata anche una buona occasione per parlare di costituzione con i cittadini, per fare politica nel senso più bello, stando tra le persone e confrontando le opinioni e le idee.

Sicuramente è stata anche una campagna piena di inutili estremismi, ricca di insulti e di delegittimazioni continue verso chi sosteneva una tesi diversa, siamo arrivati alla “scrofa ferita” di Grillo dopo un escalation, davvero, di profilo bassissimo. Ma questo è spesso il teatrino della politica odierna, purtroppo: dal nazionale alla realtà locale.

Abbiamo visto cose che ci saremmo potuti e voluti risparmiare. Vedere il mio partito parlare di casta e di poltrone con lo stesso livore e, permettetemi, con lo stesso populismo dei peggiori 5S non è stata una scena edificante. Vedere personaggi con una storia politica e una cultura politica di peso condividere manifesti da “bagaglino” in cui si citava la casta mettendo insieme Civati, Zagrebelsky e Brunetta, dice molto della deriva culturale che stiamo subendo anche in casa nostra.

Detto questo, lo spirito che ha mosso la mia scelta è stato di tutt’altro tipo e, andando nel merito della riforma, per le ragioni che ho spiegato, ho scelto di votare SI.

É chiaro a tutti, e se non lo fosse sarebbe meglio ricordarlo, che dal 5 dicembre avremo nel paese tutti i problemi politici dell’agenda pubblica ancora lì ad aspettarci, e dovremo dimostrare di essere in grado di affrontarli, soprattutto in caso di vittoria del SI, senza più nessun alibi, perché questo è il compito di una classe dirigente seria. Purtroppo come ho già detto in queste settimane, i problemi dell’Italia non stanno tutti dentro un NO o ad un SI. E questa dimensione manichea che ha contraddistinto questa campagna non basta a leggere la realtà per come è davvero: molto più complessa e difficile da governare.

A tal proposito concludo con la parole di Marco Damilano invitandovi a leggere il suo pezzo per intero:

 “La campagna referendaria, per ora, consegna un’unica certezza: non basta un sì o un no a coprire il vuoto politico, organizzativo e culturale in cui si muovono i leader vecchi e nuovi. Un progetto politico è più grande di un sì e un giornale deve restare più aperto e imprevedibile di un no. Ci sono più cose in cielo e in terra da rifare in questa Italia di un sì o di un no. Per questo, nelle prossime settimane, sarà interessante valutare chi rimane fuori dai due schieramenti. I non Incasellati. I non Arruolati che voteranno in modo laico e saranno decisivi per il risultato. Quando ci sarà da ricostruire. Scrivere la pagina del Dopo. Liberati, finalmente dalla gabbia asfissiante del Sì e del No. Nessuna regola contiene la totalità di ciò che è giusto, dettava la saggezza dei monaci antichi. Bastava dirlo”.

LETTURE CONSIGLIATE PER L’ULTIMA SETTIMANA DI CAMPAGNA

Alcuni scritti che ho trovato interessanti in questi giorni:

 Il Si al referendum spiegato con i numeri

La lettera del Venerdì di Michele Santoro (11 novembre)

Il SI di Fabrizio Barca 

Le ragioni del SI oltre gli slogan di Daniele Viotti

La domenica del referendum #6

Oggi Cuperlo scrive un articolo per l’Unità che a mio modo di vedere è ricco di senso. Parla di Sinistra, di referendum e di Trump, ma sopratutto parla della “prova del giorno dopo” (il 5 dicembre ndr.), di come si tiene unita la sinistra e di come si rilancia e riscopre il senso stessa della sua missione storica.
Stesso tema trattato qualche giorno fa da Pierfrancesco Majorino in un breve post:


Ecco io credo molto in questo approccio al referendum costituzionale. Così come credo che sia importante utilizzare, anche questi giorni che ci separano dal 4 dicembre, per aprire una grande riflessione sulla sinistra in Italia e in Europa e sul nostro modo di organizzarla in un Partito, nazionale ed europeo. Su questo ancora una volta Fabrizio Barca fa una proposta interessante rispetto alla quale dovremmo rispondere attivamente. A Verbania lo faremo nelle prossime settimane. 

Una riflessione sulla sinistra, dicevo, che non si perda in liturgie e dibattiti inconcludenti ma che sia in grado di recuperare il tempo perduto prima che di tempo non ve ne sia proprio più. Credo che l’8 novembre sia partito un conto alla rovescia con l’elezione di Donald Trump e che ora sia il tempo di lasciare alibi e divisioni per costruire una risposta seria e organica a questa deriva.   

NEMESI

Esattamente sei anni fa, il 6 novembre 2010, in una sala convegni di Roma, un’assemblea di una maggioranza fischiava e urlava contro un’altra assemblea di una minoranza riunita in una vecchia stazione dismessa di Firenze. Oggi, in una sala di una vecchia stazione dismessa di Firenze un’assemblea di una maggioranza fischiava e urlava contro una minoranza.

A me hanno disgustato sia i fischi di sei anni fa, sia quelli di oggi. 

Vedo che invece molti hanno cambiato idea sui fischi. 

Chi li subì all’epoca, non ha capito nulla ed ora è peggio di ciò che voleva cambiare. 

Chi sei anni fischiò, scopre solo ora quanto sia arrogante il potere agito in quel modo, dopo esserne stato interprete per decenni. 

Il nostro Partito ha bisogno di superare tutto questo e di costruire una nuova classe dirigente che rinunci ai fischi, a tutti i fischi. Per ripartire e costruire il futuro di una moderna e liberale sinistra italiana.