Legalità e antimafia: cuore di una proposta per ricostruire la Sinistra

Ecco il testo dell’intervento che avrei dovuto fare oggi all’assemblea nazionale di Dems. Mi era stato chiesto un contributo sul tema mafie e legalità. Purtroppo le tempistiche non hanno reso possibile il mio intervento. Lo posto qui come elemento di condivisione in vista del congresso nazionale. Avrò certamente modo di riprenderne alcuni concetti, di persona, durante le prossime iniziative.

 

Buongiorno a tutte e tutti,

ringrazio Andrea Orlando per averci convocato qui oggi, e ringrazio Sergio Lo Giudice e Davide Mattiello che mi hanno chiesto di rappresentare la comunità di ReteDem e le battaglie fatte in questi anni insieme. Tra queste c’è sicuramente quella sulla legalità, contro tutte le mafie e la corruzione.

Credo che il cuore della nostra proposta congressuale debba essere questo, perché il tema delle mafie in questo paese è indissolubilmente legato al progresso della società tutta. Da sinistra occorre ribadire con forza il concetto che nessuna società più giusta potrà nascere se continueranno ad esserci mafia e corruzione. Perché la criminalità è un elemento irriducibile di rallentamento dei processi di sviluppo. Riduce la produttività delle imprese nei contesti in cui controlla parte del territorio, rende inefficiente la Pubblica Amministrazione là dove la controlla in cambio di favori, rende inefficaci anche le politiche di Welfare perpetuando fenomeni di marginalità sociale ed esclusione.

Da qui dovremmo ripartire, nella consapevolezza che in questi anni abbiamo visto predicare i temi della legalità, con furore giacobino, da forze politiche che ora, appena arrivate al governo, hanno votato norme che permettono la vendita dei beni confiscati o la possibilità di non presentare certificati antimafia per appalti sotto i 150 mila euro. Dico questo perché non basta ergersi a paladini dell’etica se poi la prassi di governo non è conseguente; sfidiamo il M5S su questo terreno, senza timori.

E sfidiamo pure la nostra comunità politica. Pio La Torre diceva che le mafie sono il crimine delle classi dirigenti; quindi candidiamoci tutti a formare una classe dirigente più all’altezza, più capace di organizzare un partito che non sia permeabile a certe logiche o fenomeni di infiltrazione. Perché, guardate, bisogna dirlo con forza, se parliamo di legalità esiste anche un tema che si concretizza con la domanda: con chi ti accompagni? E allora vedere, per esempio in Sicilia, il gruppo dirigente uscente del nostro Partito che, pur di rimanere al potere, stringe accordi con pezzi di Forza Italia deve farci reagire e dire basta! E questo non è solo un tema politico, di differenza tra sinistra e destra. E’ soprattutto un tema legato alla libertà. Come posso sapere se sei veramente libero se ti accompagni ad un certo ceto politico? Perché, vedete, ho un timore. Non vorrei che si facesse di tutto per spostare l’attenzione su temi che non esistono, come l’alleanza con il M5S, quando qui il problema è che c’è qualcuno che invece gli accordi li ha già stretti davvero. Peggio ancora con forze  politiche figlie di una cultura che più di altre si è resa responsabile della degenerazione della convivenza civile in questo paese. O ci siamo dimenticati tutti della storia Italiana degli ultimi 30 anni?

Allora la legalità, la battaglia alle mafie deve essere il tema collante, poiché è in grado di sostenere il cuore di una proposta che rifondi davvero la sinistra. Avendo come monito la massima di Dalla Chiesa: “lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore”. Quindi se mettiamo al centro i diritti sociali stiamo già combattendo la giusta lotta contro le mafie. Che si fanno forti delle povertà culturali ed economiche, che lucrano sulla marginalità e sull’abbandono, sulla solitudini umane. Lì deve stare la sinistra, lì deve tornare la sinistra. Nei luoghi dove le persone non si sentono parte di nulla, di nessuna comunità. Dove le persone non sentono di avere nessun posto nella società. Ecco quindi l’obiettivo principale, come scriveva Mauro Rostagno: “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena avere un posto”.

Quindi impegniamoci tutti, affianco a Nicola Zingaretti, per riaccendere questa speranza, per non lasciare indietro nessuno, per non lasciare solo nessuno, a partire dai tanti testimoni di giustizia che devono sempre sentire lo Stato dalla loro parte. Non è chi denuncia che deve avere paura, sono i mafiosi che devono avere paura dello Stato. Se accada il contrario vuol dire che il meccanismo è impazzito e il nostro impegno deve continuare.

So che Nicola ha messo al centro della sua proposta tutto ciò, e la formazione di una Piazza Grande contro le mafie né è una gran bella prova. Impegniamoci quindi affiancando la memoria all’impegno, come molti di noi hanno imparato a fare in questi anni.

Quindi chiudo facendo memoria di una giovanissima vittima innocente di mafia: Rita Atria. Testimone di giustizia e vittima. Rita è una ragazza che a 17 anni si toglie la vita dopo la morte di Paolo Borsellino, perché la solitudine è troppa e la sensazione di abbandono è totale. Quella solitudine è la più grande sconfitta dello Stato. Come tutte le solitudini umane sono una sconfitta per la sinistra e anche una sfida. Ripartiamo dalla storia di Rita, dal suo coraggio e dalla sua fragilità. Che sia l’immagine del lavoro immenso che c’è da fare e di cui ha un disperato bisogno l’Italia.

Riaccendiamo la speranza, rimettiamo al centro le persone, libere dal bisogno e dalla paura. Liberiamo questo paese dalle mafie, tutti insieme!

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Il mostro

Del resto però l’attacco alla stampa, così come la sua delegittimazione, è solo l’ultimo passaggio di una strategia precisa e scientifica: la destrutturazione di ogni corpo intermedio, di ogni filtro tra potere politico e cittadino. Una strategia che perpetra la folle e finta descrizione della realtà come un rapporto diretto tra Potere e Popolo. Così, da solo e senza mediazioni, impaurito e senza strumenti, pur credendo di averne, il cittadino diventa pian piano suddito e comincia a chiedere al potere solo di essere difeso, da qualcosa che in effetti è molto più grande di lui: la complessità del mondo.

Siamo tutti dentro questa folle corrente da molto più tempo di quanto si possa immaginare e ne siamo stati tutti artefici più o meno consapevolmente. Ora dopo aver contributo a distruggere partiti, sindacati, giornali, Università, istituzioni culturali, laiche e religiose, ci rendiamo conto del mostro che abbiamo liberato. Ora il Leviatano circola libero e indisturbato, non curante delle nostre urla di dolore. Che talvolta paiono più quelle di “sepolcri imbiancati”. Rassegnarsi alla realtà? No di certo. Ma capire che abbiamo sbagliato anche noi è un punto di partenza irrinunciabile per provare a reagire ed invertire la tendenza.

Congresso unitario? No, grazie.

La richiesta di un congresso unitario è davvero surreale. Se si vuole evitare un congresso vero, se si vuole evitare di spaccare il partito a qualche mese dalle europee non serve fare generici appelli all’unita. Basta tenere Maurizio Martina alla guida della nostra comunità, cosa che per altro sta facendo molto bene, per tutto il tempo necessario. Diversamente questa proposta sembra un alibi e una mancanza di coraggio, oltre che segnalare quanto qualcuno non abbia ancora capito cosa è successo il 4 marzo. Non si esce dalla nostra peggior sconfitta con un sommesso “volemose bene”, se ne esce dicendo le cose chiare, definendo una linea precisa, una direzione in cui andare. Io credo che debba essere una direzione molto diversa da quella che ci ha condotti fino a qui. Chi la pensa diversamente è libero di farlo, ed è libero di candidare e sostenere chi più desidera, ma non ci obblighi, con la scusa dell’unità, a rimuovere una discussione sincera e franca su questi ultimi anni. Qui qualcuno ha paura della “conta” dicono, io invece vorrei che potessimo contare davvero. Ma non con l’accezione che la brutta politica dà a questa parola: io vorrei contare gli amici e i compagni che ancora hanno voglia di fare strada con noi, quelli che abbiamo perso e che potrebbero tornare, quelli che abbiamo trovato per strada e che non sono convinti di restare. Quelli che non ci hanno mai visto come interessanti ma potrebbero iniziare a farlo. Ecco chi vorrei contare, vorrei contare le volte in cui ci mettiamo in ascolto di ciò che sta accadendo nella società e le volte in cui senza arroganza ragioniamo sugli errori fatti. Vorrei contare le volte in cui siamo stati comunità, troppo poche, lo so già da ora.

Ecco a cosa serve il congresso. Fuori da questa visione c’è solo un intero gruppo dirigente che si auto-assolve, ed io non ho alcuna intenzione di stare a guardare mentre questi parlano ad un confessionale vuoto. Forza!

Grazie Maurizio!

Oggi Martina ha parlato con il cuore.

E voglio ringraziarlo perché non era né semplice né scontato. Il suo è stato un discorso coraggioso, appassionato e onesto. Ha parlato da segretario senza pesare le parole secondo gli equilibri di corrente. A tratti durante il suo intervento è sembrato quasi si stesse liberando da un peso troppo a lungo portato. In più passaggi del suo intervento si è rivolto a tutto il centrosinistra dicendo: “abbiamo capito la lezione del 4 marzo, ora però venite ad aiutarci”. Senza una seria comprensione di ciò che ci ha portati alla più grande sconfitta della nostra storia non potrà esserci futuro. Così come senza i democratici, senza le persone che oggi erano in Piazza del Popolo, non ci potrà essere futuro per la sinistra e per l’alternativa in questo paese. Le parole di Martina indicano una buona via verso il congresso per la nostra “comunità di destino”, come lui stesso l’ha definita. Fianco a fianco, per la strada, dove risiede il cuore dell’alternativa popolare che dobbiamo costruire e di cui questo paese ha, già ora, un disperato bisogno. La notte può essere anche molto lunga ma, se si hanno i giusti compagni di viaggio, arrivare fino all’alba può essere meno difficile del previsto. Forza, mettiamoci in viaggio! #fiancoafianco #perlitaliachenonhapaura #piazzadelpopolo

Il Ministro del dis-ordine pubblico

Le indiscrezioni sul prossimo “decreto immigrazione” confermano l’intento del ministro del dis-ordine pubblico. La linea è chiara:

  1. Eliminare i permessi di soggiorno rilasciati per motivi umanitari al fine di creare il caos.
  2. Chiudere i rubinetti del sistema SPRAR non favorendo un sistema di accoglienza territoriale, diffuso e gestito dai comuni, così da tenere in piedi solo e unicamente il sistema CAS gestito delle prefetture in strutture il più grande possibili e quindi incapaci di creare vera integrazione.
  3. Rendere antieconomica la partecipazione ai bandi delle Prefetture riducendo la quota pro-capite die. Favorendo così le aziende più grandi, che gestiscono numeri alti di richiedenti asilo, spesso senza rapporti con il territorio.

Lo schema di Salvini è lucido, per quanto cinico e disumano: impedire la regolarizzazione dei richiedenti asilo così da protrarre la loro instabilità impedendo, di fatto, la loro integrazione. Meno stranieri regolari significa più persone invisibili che vivono sotto la linea della legalità, in condizione spesso disumane, abbandonate nelle varie periferie urbane, con la prospettiva molto concreta di imboccare, per sopravvivere, la strada del lavoro nero (nella “migliore delle ipotesi”) o della delinquenza . Si, perché senza quel pezzo di carta chiamato permesso di soggiorno, la strada della legalità, di una vita piena, fatta di lavoro e futuro, diventa sostanzialmente impossibile.

Qualcuno potrà dire che non è vero ciò che affermo, potrà dire che si faranno i rimpatri e che quindi tutte queste persone verranno riportate nei loro paesi d’origine. Al netto delle valutazioni etiche su una scelta come questa, mi preme ricordare a tutti che ciò non è realisticamente possibile per almeno due  ragioni:

  1. I costi di un’operazione di questo tipo.
  2. L’ostacolo rappresentato dagli stati di provenienza con i quali è molto difficile, per non dire impossibile, siglare accordi di rimpatrio su vasta scala.

Quindi si ritorna al punto precedente: quale obiettivo dietro alla scelte dell’attuale Ministro dell’Interno? Facile: il disordine, la confusione e l’instabilità del sistema. Poiché queste dimensioni producono rabbia, paura, frustrazione e voglia di rivalsa su chiunque venga percepito come causa dei nostri mali. Ed è proprio su rabbia, paura e frustrazione che il Ministro fonda il suo consenso. Il punto è proprio questo.  Salvini non vuole affatto affrontare la situazione dei flussi migratori, lui vuole farla esplodere, vuole perpetrare una condizione di eterno disagio per massimizzare il suo consenso.

Allora io credo che dovremmo mettere al centro della discussione questo tentativo subdolo e scellerato. Raccontare che l’unica accoglienza possibile è quella dell’integrazione e della legalità, quella che regolarizza i progetti migratori dei migranti. Che permette loro di lavorare e di studiare, di sentirsi parte di una comunità. Questo significa togliere dalla mani delle Prefetture la gestione della maggior parte dei CAS e lavorare per una “Agenzia Nazione del Sistema di Asilo” che costruisca percorsi con gli enti locali, con le associazioni del terzo settore, con il mondo della cooperazione. Questo vuol dire replicare buone prassi da tutta Italia e archiviare le cattive prassi che pure vi sono state, anche diffusamente ammettiamolo.

Di tutto questo al nostro ministro del dis-ordine pubblico non interessa assolutamente nulla. Lui sa solo che la sua missione è rafforzata dalla marginalità della vita altrui, ad ogni “Rosarno” che sorge il suo bacino di voti si ingrossa e lui non può che esserne felice.

Se solo se ne accorgessero gli amanti della linea dura, anche quelli a sinistra che in questi anni hanno rincorso la destra su questi temi. Se solo ci accorgessimo che questa linea dura è tale solo a parole, le parole di chi sa essere forte solo con i deboli. Se solo ci accorgessimo che l’approccio securitario al tema immigrazione produce solo disagio e irregolarità, ancora più difficile da gestire. Ma è come se non si volesse vedere. Come se non riuscissimo ad accettare che queste persone hanno un volto e un nome, spesso un progetto, e devono solo essere messe nelle condizioni di svilupparlo. E chi tra loro non dovesse averne uno, e spera di tirare a campare tra un espediente e un altro, non viene minimamente sfiorato da una legislazione più rigida. Capiamoci, ci sono ragazzi e ragazze con un contratto di lavoro, la voglia di una vita vera qui, la voglia di studiare, che vedono sfumare tutto questo a causa di una risposta negativa di una Commissione Territoriale prima, e di una sezione di un Tribunale poi. E’ a queste persone che neghiamo il futuro, è a questi uomini e a queste donne che diciamo “no!, non c’è spazio per te”. I furbi, come ovunque nel mondo, si arrangeranno sempre, con Salvini al governo o senza. Restringere la strada verso il permesso di soggiorno, eliminando la Protezione Umanitaria, vuol dire invece negare la possibilità di una fattiva integrazione. E questo si, potrà rappresentare un problema in prospettiva per tutti noi.

Quando questo paese si troverà in una fase di reale difficoltà a gestire questi numeri ingenti di invisibili, speriamo si ricordi anche chi ringraziare, sempre lui: il ministro del dis-ordine pubblico.

Cari europeisti dobbiamo parlare

Le sanzioni a Orbàn sono sacrosante e benedette. Però, “cari i miei europeisti” (categoria a cui mi ascrivo senza ombra di dubbio), dobbiamo dirci una cosa con molta sincerità.

Orbàn e la sua politica illiberale non sono la causa della debolezza europea, al contrario ne sono l’effetto. L’effetto più evidente e più devastante di questa Europa divisa dagli interessi nazionali, debole su ogni posizione internazionale, attenta più ai numeri che alle persone. Allora io non vorrei proprio che dell’Europa tra 30 anni si parlasse come ora parliamo della Società delle Nazioni dopo la grande guerra. Intuizione felice ma incapace di concretizzare un’azione politica coerente ed efficace. Era il 1935 quando la Società delle Nazioni sanzionò l’Italia per la brutale aggressione dell’Etiopia, sappiamo tutti come andò a finire. Penso a questo da ieri, in questo 2018 dai contorni grigi con un tremendo retrogusto anni ’30.

Il mare

Essaouira, Marocco

Anche dal Marocco, dove mi trovo per qualche giorno di vacanza, sento tutta la vergogna per quanto sta accadendo in Italia. Voglio provare, con le parole di un grande scrittore, a seminare un po’ di bene in mezzo a questo campo di male in cui sguazzano i seminatori di odio. È un esercizio di resistenza, a cui credo dovremmo tutti abituarci.

“…In Marocco il mare e il deserto si sono intrecciati in un vortice di domande, e nessuno è in grado di svelarne il significato molteplice, devastante, impossibile. Nessun bisogno di preamboli e riverenze verso ciò che non possiamo dominare. Allora lo disegniamo, lo rappresentiamo, lo trasferiamo nell’adulazione di tutti i suoi misteri. […] Il mare è anche una speranza che finisce male, una scommessa che scava un’immensa fossa, vascelli di carta che sprofondano nel cuore della notte e altri che si innalzano come statue sconvolte dalla bellezza del mondo, dalla grazia di una grande speranza. Dall’inizio degli anni Novanta, il cimitero marino del Marocco continua a inghiottire corpi che poi scaraventa sulle spiagge di Almería. Il mare è anche questa tragedia quasi quotidiana….”

(Tahar Ben Jelloun, “Marocco, Romanzo”)