Il mio 25 aprile

La Storia di una Paese è fatta anche dalla somma di tante storie individuali. La mia, se penso al 25 aprile, ha il volto di un giovane 19enne ossolano, di Varzo. Giordano Zanola: mio nonno, classe 1926, partigiano nelle brigate garibaldine, che ci ha lasciato purtroppo troppo presto.
La Festa della Liberazione per me è sempre stata qualcosa di estremamente personale, direi intimo. Sentita nella mia vita come si sente l’amore di un proprio parente stretto. Aveva il volto di un nonno, che ti tiene sulle sue gambe e ti racconta le ragioni di un impegno, di una scelta di campo. La resistenza partigiana ha avuto per me l’immagine di un uomo al quale devo molto di ciò che sono.
Quando mio nonno mi mostrava questa foto lo faceva sempre con orgoglio misto a timore. Aveva timore che quel fucile che si vede in mano potesse dare un messaggio sbagliato ad un bimbo. Mi ha parlato a lungo della scelta di prendere le armi, come estremo gesto, per difendere una comunità dilaniata dalla guerra e dal fascismo.
A lui, al suo socialismo della concretezza, devo l’uomo che sono diventato. E ogni 25 aprile penso a mio nonno e a tutti quelli come lui, grazie ai quali oggi, possiamo vivere liberi.

Grazie nonno, anche oggi sarai con me, come sempre sei, come sempre sarai.
Auguri a tutti e tutte!
W la Resistenza, W il 25 aprile!

La Repubblica, una e indivisibile.

Sto leggendo un profluvio di parole e giudizi sull’azione del Governo da parte di molti, sulle scelte comunicative, sugli strumenti utilizzati per informare i cittadini circa l’evolversi dell’emergenza. E molto altro ancora.
Quel che oggi conta davvero però, a mio parere, sono le Istituzioni e la necessità di preservarle in questa fase così inedita per la storia della Repubblica. Io in questi giorni metto davanti a tutto questo aspetto. Il Presidente Mattarella, il Presidente del Consiglio Conte, il Parlamento e le più alte cariche dello Stato oggi non sono degli individui da poter trascinare nel dibattito politico. Sono il simbolo della nostra unità nazionale, della comunità repubblicana di cui tutti facciamo parte. In questo senso credo debba prevalere un clima di “sacro” rispetto dei ruoli e delle prerogative di ciascuno. Chi in questi mesi si divertirà a rotolare nel fango del chiacchiericcio e della polemica politica pagherà un prezzo alto, o rischierà di farlo pagare alla nazione tutta. Oggi e nei giorni a venire prima di tutto dovrà venire la Repubblica, una e indivisibile.
Questo non significa certo annullare la dialettica e il confronto. Ma viviamo un tempo sospeso, nel quale, prima dell’interesse di parte, viene la forza delle Istituzioni, così provate e così fragili eppure così essenziali se vogliamo garantirci un dopo. Perché un dopo ci sarà.
È il nostro 1946 e come in ogni sana democrazia, arriverà anche il 1948, con tutto il carico di conflittualità che giustamente ci sarà. Ma ora no.

Ora è il tempo dell’Unità, un tempo in cui riconoscersi davvero come una Comunità.

Errori da non fare commentando il voto in UK

Se pensate che per commentare il risultato delle elezioni in UK bastino le categorie della “destra vincente” e della “sinistra estremista perdente” credo siate fuori strada. Vero è che di questa lettura sono infarciti la maggior parte degli editoriali di tutti i giornali del paese. Vero anche che gli stessi editoriali davano per morta Brexit in UK, come davano per impossibile la vittoria di Trump in America, o davano per morto già due anni fa Pedro Sanchez in Spagna…(continuate voi l’elenco)

Cosa c’entrano questi fatti cosi apparentemente, ed effettivamente,  diversi tra di loro? Nulla sul piano delle singole esperienze e contesti, ma hanno invece in comune la capacità di questa o quella esperienza politica di creare connessioni sentimentali con il proprio paese, con la propria comunità, su parole d’ordine chiare e valori condivisi. Valori che noi possiamo considerare tra i peggiori al mondo, o tra i migliori, ma comunque un campo valoriale ed identitario che ha permesso a quelle esperienze di divenire maggioranza nei paesi in cui si sono affermate.

Tutto ciò per dire che leggere a sconfitta del Labour tutta in chiave politicista può far piacere a qualche nostalgico blariano che vuole togliersi la soddisfazione di attaccare la sinistra del partito, può servire strumentalmente a Renzi in Italia per fare il suo verso ed affermare la sua esistenza, ma non serve in alcun modo per capire come mai alcune cose sono capitate.

Le persone oggi non votano più sulla base di stringenti categorie politiche, ancor meno partitiche. Valgono sempre più le leadership e i valori di fondo che stanno loro dietro. Vale la capacità di rappresentare una proposta innovativa,  capace di rompere uno schema predefinito, in grado di garantire (anche solo in apparenza e non in sostanza) il bisogno di protezione che le persone manifestano.

Se fosse vero il contrario, come sto leggendo in queste ore, allora avremmo leder della cosiddetta sinistra moderata vincenti e festanti in tutta Europa, compreso in Italia. Ed invece come tutti sappiamo non è così. Renzi docet, Holland docet, Shulz docet.

Quindi consiglio vivamente ai molti che stanno scrivendo in queste ore di cambiare gli occhiali con cui guardano la realtà, soprattutto da sinistra o dal campo dei progressisti, perché diversamente rischieremo di non capire nulla di ciò che capiterà in europa, in occidente in generale, nei prossimi 20 anni.

La Lega perde il pelo…ma non il vizio

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Foto da “Lo Spiffero”

 

Ci risiamo. La Lega, tornata alla guida della Regione Piemonte, si dimentica delle Province piemontesi e non trasferisce risorse adeguate per le funzioni delegate. Un antico vizio che portò già nel 2015 (con la sentenza n.188 del 24 luglio) alla bocciatura di due leggi di bilancio regionali (la 9/2013 e la 16/2013).

Proprio non ce la fanno i nostri “paladini dell’autonomia” a far seguire alle parole i fatti. Mentre con una mano fanno finta di trasferire risorse aggiuntive – come nel caso della Provincia del VCO – con l’altra sottragono risorse per funzioni delegate essenziali per i nostri territori.

La memoria non è certamente tra le virtù dei nostri amministratori regionali che ora rischiano ancora, come in passato, di lasciare soli i territori perifierici. Quando la propaganda finisce, lascia il posto alla realtà. Una realtà spesso triste e cruda che tradisce le promesse fatte in campagna elettorale nella speranza che cittadini e amministratori non si accorgano di nulla.

La parte sbagliata della storia

“…Tre sono fascisti dichiarati. Ventotto apolitici più 3 fascisti eguale 31 fascisti…”

In “Lettera a una Professoressa” uno studente di Barbiana (Michele Gesualdi) parla così dei suoi compagni a Firenze. La parola semplice ed efficace di chi arriva dalla campagna, di chi ha fatto la fame e ha vissuto la povertà vera. Le parole semplici dei poveri arrivano subito al punto, non si perdono in mille giri di parole, retaggi borghesi di chi è abituato ad avere più di quanto gli serve. I poveri sanno che devono “fare” con ciò che hanno, senza sprecare. Parlano chiaro e semplice. I poveri.

Ho pensato a questa frase ieri sera quando ho letto l’agenzia che lanciava l’approvazione del decreto sicurezza bis. Una legge ingiusta e disumana, votata in parlamento dai leghisti e dai loro servi sciocchi, che si dichiaravano apolitici, ma sono stati funzionali alla peggior destra del paese. È sempre stato così del resto.

Ricostruire con pazienza la coscienza di un paese non è cosa di poco conto, ma abbiamo di fronte questo compito. Quando la vergogna coprirà questa maggioranza parlamentare, quando l’odio lascerà lo spazio allo sgomento, ci ricorderemo di chi è stato dalla parte sbagliata della storia. La parte di chi, da oggi, multerà un uomo che soccorre un altro uomo.

State calpestando la “cultura della Vita” e la Storia, presto o tardi, ve ne chiederà conto.

Succederà

Non mi piace il fenomeno molto in voga ultimamente di individuare un nuovo leader ogni settimana da cui la sinistra dovrebbe ripartire. Non mi piace perché non c’è nulla di peggio delle onde di impegno emotive veicolate dai media. Onde appunto, che puntualmente si infrangono sugli scogli della pigrizia quotidiana. Detto ciò, questa ragazza e le sue parole ci dicono che non tutto è già scritto, non tutto è irrimediabilmente compromesso. Non è vero che il futuro di questo paese è segnato perché i giovani non sanno, non capiscono, non si interessano. C’è la fuori un mondo di idee, di slanci personali, di sogni che costituiscono già ora il nostro potenziale futuro. C’è la fuori, già ora, una società aperta e giovane pronta ad accettare le sfide di un futuro che fa un po’ meno paura se ci mettiamo impegno, dedizione, costanza e ascolto. Nell’incertezza e nell’incapacità di organizzare questo nuovo mondo, vengono a galla gli istinti peggiori. Ma sono certo che sia solo questione di tempo. Quando una nuova generazione entrerà con forza nei processi politici, allora riusciremo a fare ciò che oggi sembra difficile, per taluni impossibile.

Io, per ora, faccio la mia parte!

Forza!

Foto di repubblica.it

Leggetevi Cesare Beccaria

Le urla e gli “schiaffi” fanno più notizie sulle prime pagine dei giornali, comprendo. Ma vorrei sommessamente far notare un piccolo dettaglio.
Nel silenzio, devo dire abbastanza grave di molti, oggi alla Camera si è discusso sull’opportunità o meno di adottare norme in materia penale tramite referendum propositivi.
RIPETO.
La maggioranza propone di inserire in Costituzione la possibilità per i cittadini di proporre referendum su norme penali.
Ecco perché le democrazia diretta è l’anticamera della fine della democrazia stessa, ecco perché togliere ogni livello di rappresentanza porta esattamente qui: al punto più basso di una società. Quello in cui, tolto ogni “orpello” istituzionale, vale solo la legge del forte sul più debole.
Leggetevi Cesare Beccaria e non portateci a fondo con voi!

P.S. Poi un’altra volta parliamo anche del folle regionalismo differenziato che stanno immaginando. Dove di differente ci saranno soprattutto le disuguaglianze. “Prima gli italiani” si, ma solo quelli che ce la fanno da soli.

P.P.S. Democratici, democratiche, uomini e donne di buona volontà. Torniamo in campo con una proposta forte e una concreta alternativa perché io non ce la faccio più.

Non mi basta

Qualche giorno fa, in una scuola media, ho chiesto ad un gruppo di ragazzi e ragazze di dirmi la prima parola che gli venisse in mente associata alla parola “Migrante”.

Uno di loro mi ha risposto “speranza”.

State uccidendo la speranza, ecco quello che state facendo. E vi vergognerete un giorno. E avrete una vergogna nera, come quella che proviamo noi oggi. Vergogna impastata di rabbia per quello che vediamo e che non riusciamo a fermare. Ma quando la storia presenterà il conto avremo almeno la consapevolezza di quale sarà stata la nostra parte. E so che non è abbastanza, e non riesco a farmene una ragione. Ma leggendo le storie Hatice e Blessing scorgo l’umanità dietro ad un numero e allora capisco di essere ancora vivo, e non mi basta ancora. Ma so che essere ancora vivi è il primo passo. Ricostruiremo un mattone alla volta, ne sono certo, questa umanità dilaniata dall’odio cieco.

Il bivio

La dico così.

Oggi da un lato c’è chi si congratula perchè ha vinto lo Stato contro la violenza che si fa Politica, dall’altro c’è chi esulta con “violenza” perchè ha vinto la Politica del pugno duro che vede nella pena detentiva una funzione punitiva che “fa marcire” le persone in carcere. La prima strada rafforza lo stato di diritto, la seconda conduce con passo svelto a Danzica, dove sempre oggi un Sindaco muore accoltellato da una mano nazionalista ed eversiva. La distanza è abissale e sta tutta nella differenza tra la pace e la guerra. Perchè questa è la portata del bivio che abbiamo di fronte. Stiamo parlando di questo, ed è giusto chiamare le cose con il loro nome.

PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI, PRIMA DI NON ACCORGERSI PIÙ DI NIENTE

La scena è questa.

Alle ore 01.30 di notte siamo all’ultimo punto in odg in consiglio comunale a Verbania. Il consigliere Immovilli parla di un punto riguardante lo spostamento dell’ufficio del catasto. Senza nessuna attinenza decide di perdersi in parallelismi storici, a sostegno delle sue tesi, di difficile comprensione. Tenuto conto anche dell’ora si fa fatica a stare dietro alla sua dialettica. Ad un certo punto però il mio orecchio viene richiamato all’attenzione. Senza alcun logico motivo il consigliere decide di dire che – cito testualmente – “il tempo poi si incarica di dare ragione alle buone idee, così come è successo in Italia, con il fascismo e Benito Mussolini. In particolare nella prima parte del ventennio, prima del secondo conflitto mondiale”.

Subito sono intervenuto, anche se non era mia la parola, per chiedere una censura da parte della Presidenza e per stigmatizzare l’accaduto con tutta la forza che avevo. Il punto però è un altro.

Il punto è che un consigliere di una Città medaglia d’oro al valore civile per la Resistenza non dovrebbe nemmeno pensare di pronunciare parole del genere nel consesso più alto della Città. Perché significa non avere il senso della storia, oltre che della decenza politica. Significa che si è sdoganato tutto. Significa non sapere, o non voler sapere. O peggio significa sapere e ciononostante condividere. Allora vedete, il punto è che non possiamo abituarci o tollerare, non possiamo farci una risata per la frase un po’ colorita, a mo’ di provocazione, detta all’una di notte. Perché in un Consiglio Comunale della Repubblica il nome di Benito Mussolini non dovrebbe sentirsi, evocato come esempio. Perché il pudore, il senso delle istituzioni, la conoscenza dei fatti dovrebbe imporre a tutti di tenere fede ai valori della Costituzione Repubblicana. E invece no, siamo obbligati a sentire anche questo, che nella prima parte del ventennio Mussolini fece bene. Per intenderci stiamo parlando del periodo caratterizzato da leggi razziali, omicidi politici degli avversari, chiusura di libere associazioni e sindacati, soppressione delle libere elezioni, e potrei andare avanti.

A mio modo di vedere tutto questo è di una gravità inaudita, e penso dovrebbe levarsi un coro unanime di sdegno, non contro la persona, ma contro l’idea che tutto questo sia in fondo normale. E invece non lo è affatto, ma purtroppo sta tornando, nella pancia del paese e della destra di questo paese, come un fatto di normalità. Piero Gobetti aveva ragione quando affermava che:

“…si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione…”.

Questa autobiografia non si cancella, anzi si deve studiare, per capire come lasciarla fuori dal nostro comune futuro. Ho timore che molti siano i segnali in senso contrario, ho timore che non si faccia abbastanza per alzarsi in piedi e fermare l’onda nera che avanza. La quale, attenzione, non è certo rappresentata dal consigliere di cui ho parlato, ma di cui lui, forse inconsapevolmente, è strumento.

Oggi è il 10 gennaio, un consiglio dal cuore, anche al consigliere Immovilli. Leggiamo la storia di Otello Pighin e Giuseppe Verginella, due partigiani di cui proprio oggi ricorre la morte, per mano fascista. Leggiamo la loro storia perché è la miglior storia italiana, quella che ci ha permesso di essere qui, di poter discutere liberamente, di poter alzare la voce.

E promettiamoci di alzarla sempre, quando servirà, per dire le cose che andranno dette, per ribadire ciò che andrà ribadito, per non lasciare che le cose capitino senza il nostro protagonismo, per ribadire che ci troveranno “ai nostri posti” sempre.