La domenica del referendum #7 (il mio SI)

Quello di oggi è l’ultimo pezzo de “La domenica del referendum”, piccola rassegna che ho tenuto in vista del referendum del 4 dicembre.

Ho più volte scritto sul mio blog circa il mio approccio nei confronti di questa campagna referendaria. Ho anche scritto che in molte fasi non mi è piaciuta e non l’ho condivisa, nei toni, nei modi e nei contenuti.

Detto ciò, il mio voto domenica prossima sarà un SI, anche grazie alle riflessioni fatte qui sopra e alle discussioni che ne sono nate con alcuni di voi. Per sgomberare subito il campo dico che non è un SI dettato dall’appartenenza o dalla tessera di partito che ho in tasca. Molti compagni voteranno NO, molti altri voteranno SI, ed io rispetto la scelta di tutti. La Costituzione non è un terreno su cui possono valere le adesioni di parte. Vale, prima di tutto, la propri coscienza: la coscienza di cittadino viene prima dell’appartenenza ad una comunità politica.

Un SI libero quindi, maturato da alcuni convincimenti nel merito del testo di riforma, poiché questo è l’approccio che ho avuto in questi mesi e credo che alla fine abbia portato buoni frutti.

Ho letto tanti contributi, ho parlato con molte persone, ho partecipato ed animato confronti.

Mi sono fatto la mia idea su questa riforma.

Mi sono convinto del fatto che il testo sottoposto ai cittadini riesca ad affrontare alcuni dei punti più discussi dall’agenda politica di questo paese degli ultimi trent’ anni. Li affronta e li risolve, nella maggior parte dei casi, in modo convincente.

In alcune parti si poteva certamente fare meglio, ma credo che per migliorare si è sempre in tempo, mentre invece buttare via tutto il lavoro fatto dal parlamento in due anni è un lusso che non ci possiamo permettere.

3 ESEMPI CONCRETI

  • SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PARITARIO

 La riforma definisce finalmente l’assetto dei due rami del parlamento superando quello che, a mio avviso, è stato il “peccato originale” della Carta del ’48. Un sistema bicamerale in cui una camera è la copia dell’altra, si spiega nel contesto storico in cui è stato scritto il testo, ma non è in alcun modo congeniale ad un sistema parlamentare moderno. Valorizzare e diversificare i ruoli della Camera Alta e della Camera Bassa (sia sotto l’aspetto delle materie trattate, sia sotto quello delle modalità di elezione dei loro componenti) è oggi un dovere e non più un’opzione.

  • ELIMINAZIONE DELLE COMPETENZE CONCORRENTI TRA STATO E REGIONI

 Una riforma nata per dare spinta e forza alle autonomie (la revisione del Titolo V nel 2001) si è trasformata in un incubo di ricorsi e controricorsi. L’autonomia e la forza degli enti locali, a mio avviso, non si realizza ingolfando la corte costituzionale per capire chi, tra stato e regioni, è competente a legiferare su una specifica materia. La riforma elimina quindi, da un lato le competenze concorrenti rendendo più chiaro il quadro del “chi fa cosa?”, dall’altro sposta la rappresentanza delle autonomie e il loro raccordo con il potere centrale, nella composizione del nuovo Senato.

  • RAFFORZAMENTO DEGLI STRUMENTI DI DEMOCRAZIA DIRETTA

La riforma fa passo avanti su questo terreno. Introduce il referendum propositivo, abbassa il quorum per quello abrogativo (in caso si riescano a raccogliere 800mila firme) e inserisce in costituzione l’obbligo per il parlamento di discutere le leggi di iniziativa popolare (aumentando le firme a 150mila). L’aumento delle firme da raccogliere in un caso o nell’altro non mi pare un’assurdità. Anzi, ritengo che il ragionamento del legislatore sia coerente: il parlamento cede un po’ della sua sovranità in cambio di una maggior responsabilità da parte dei cittadini. E’ una soluzione win-win diciamo.

IL PIANO POLTICO PIÙ GENERALE

 Congiuntamente alle questioni di carattere tecnico ci sono anche rilevanti questioni di natura politica, come è ovvio, e giusto, che sia.

  • INTEGRAZIONE EUROPEA

 Da ormai molto tempo sono convinto che l’unico orizzonte politico della nostra generazione siano gli “Stati Uniti d’Europa” che si traducono, di fatto, in una maggiore integrazione europea. Penso che far dialogare sistemi complessi sia oggi una delle ragioni che rende più difficile questa integrazione. In altre parole, più i sistemi istituzionali dei singoli stati-nazione sono complessi e barocchi e più sarà complesso immaginare di farli dialogare in chiave federale. Per questa ragione trovo che una riforma come questa, che semplifica il sistema, vada nella giusta direzione.

  • LA DERIVA POPULISTA

 Chi trarrà beneficio e maggior consenso in caso di bocciatura di questa riforma il 4 dicembre? Lo dico da mesi ad amici sinceri e ai compagni che militano tra le fila del NO. Non illudetevi, il 5 dicembre non saranno l’ANPI o l’ARCI a guidare il fronte vittorioso. Saranno, purtroppo dico io, le forze più conservatrici, retrograde, antieuropee e populiste del quadro politico italiano. Non mi pare di sbagliarmi se affermo che saranno Grillo e Salvini, in primis, a festeggiare, se il NO dovesse prevalere. Rafforzare questo fronte politico non è ausapicabile e sarebbe quanto di più dannoso per il futuro di questo paese: pensateci quando andrete a votare il 4 dicembre.

  • LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

 C’è, davvero, qualcuno che in buona fede oggi possa affermare di non vedere la grande crisi dei sistemi democratici in Europa e nel mondo? La crisi dei sistemi democratici che “perdono” di fronte a vecchie e nuove potenze autoritarie? Il binomio democraziacapitale che ha attraversato il Novecento uscendone vittorioso, sta lasciando il passo ad un attraente e meno costoso capitaleautoritarismo, per il quale vige la legge “massima resa minima spesa”.

La crisi della democrazia, pertanto, è ovviamente anche una crisi culturale e di valori, ma da qualunque parte la si guardi è un dovere della politica dare delle risposte concrete per invertire la tendenza.

Inganneremmo noi stessi se non ammettessimo che la percezione diffusa tra i cittadini del “mondo libero” sia quella di vivere in sistemi che hanno perso la capacità di decidere, perché troppo barocchi e farraginosi. Questo vale una volta di più per i sistemi parlamentari come il nostro. Riflettiamo, perché i periodi più neri del Novecento europeo sono sempre stati preceduti da grandi momenti di critica generale al “parlamentarismo inconcludente”, due esempi su tutti: l’Italia liberale di Giolitti e la Repubblica di Weimar. La crisi della democrazia si può arginare in mille modi diversi. Uno di questi è sicuramente affrontare la questione istituzionale e provare a risolverla rendendo il nostro sistema più moderno e capace di dare risposte ai cittadini, intento che mi pare evidente in questa riforma.

IL SISTEMA DELLE GARANZIE

 Tra le critiche più deboli al testo che ho ascoltato in queste settimane  c’è il “mantra” del sistema delle garanzie che si andrebbe a smantellare dovesse prevalere il SI.

Tre sono le ragioni che escludono certamente questa direzione:

  • IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 Aumenta il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo, a differenza di ciò che viene raccontato impedirà l’elezione di un Presidente di parte. I numeri lo dimostrano, provare per credere. Il plenum per eleggere Presidente della Repubblica sarà di 730 elettori, i 3/5 di 730 sono 438 elettori. Anche nell’ipotesi in cui la maggioranza abbia garantiti 340 deputati da un sistema elettorale fortemente maggioritario, ne servirebbero comunque altri 98 per raggiungere la cifra utile di 438. Ora, siccome il Senato sarà composto da 100 senatori è evidente che nessuna maggioranza politica, benché forte, potrà avere quasi la totalità (98!) dei senatori dalla sua parte.

  • LA CAMERA ALTA CON MAGGIORANZA DIVERSA DA QUELLA CHE SOSTIENE IL GOVERNO

 Questo esempio parla di come il sistema delle garanzie rimanga intatto. Slegando l’elezione dei senatori dalle elezioni politiche ci potremmo trovare in situazioni in cui la maggioranza dei senatori avrà colore politico diverso da chi governa (analogamente alla così detta “anatra zoppa” all’americana). Se non è questo un elemento di garanzia del sistema, non so cosa possa esserlo.

  • I POTERI DEL PREMIER RIMANGONO INVARIATI

 Da molte parti abbiamo sentito in queste settimane argomentare circa un presunto rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio introdotto con questa riforma. Non è così. Nessun articolo riguardante i poteri del Premier è stato variato. Questo è un fatto incontrovertibile.

 

 COSE DA FARE SUBITO DOPO IL 4 DICEMBRE

 È chiaro a tutti quali saranno i passi successivi ad una eventuale vittoria del SI.

  • SUPERAMENTO DELL’ITALICUM

 Il patto siglato all’interno del PD dovrà essere portato in parlamento e su questo occorrerà trovare massima convergenza. L’Italia merita una legge elettorale seria, d’impostazione maggioritaria ma che non sacrifichi la rappresentanza. Superare le debolezze e le imperfezioni dell’Italicum è possibile. Basta la volontà politica in primis, del parlamento ma anche del premier/segretario.

  • LEGGE ELETTORALE DEL SENATO

 La nuova legge elettorale per il Senato dovrà essere subito messa in discussione. Occorre partire dalla proposta Fornaro-Chiti per dare reale attuazione al nuovo Articolo 55 e permettere così ai cittadini di eleggere i propri senatori tra i candidati ai consigli regionali.

POST SCRIPTUM

Siamo arrivati quasi alla fine di questa campagna referendaria. Enrico Mentana aveva previsto sarebbe stata la peggiore campagna elettorale di sempre, in parte non ha avuto torto. Ma a fronte di ciò, io credo sia stata anche una buona occasione per parlare di costituzione con i cittadini, per fare politica nel senso più bello, stando tra le persone e confrontando le opinioni e le idee.

Sicuramente è stata anche una campagna piena di inutili estremismi, ricca di insulti e di delegittimazioni continue verso chi sosteneva una tesi diversa, siamo arrivati alla “scrofa ferita” di Grillo dopo un escalation, davvero, di profilo bassissimo. Ma questo è spesso il teatrino della politica odierna, purtroppo: dal nazionale alla realtà locale.

Abbiamo visto cose che ci saremmo potuti e voluti risparmiare. Vedere il mio partito parlare di casta e di poltrone con lo stesso livore e, permettetemi, con lo stesso populismo dei peggiori 5S non è stata una scena edificante. Vedere personaggi con una storia politica e una cultura politica di peso condividere manifesti da “bagaglino” in cui si citava la casta mettendo insieme Civati, Zagrebelsky e Brunetta, dice molto della deriva culturale che stiamo subendo anche in casa nostra.

Detto questo, lo spirito che ha mosso la mia scelta è stato di tutt’altro tipo e, andando nel merito della riforma, per le ragioni che ho spiegato, ho scelto di votare SI.

É chiaro a tutti, e se non lo fosse sarebbe meglio ricordarlo, che dal 5 dicembre avremo nel paese tutti i problemi politici dell’agenda pubblica ancora lì ad aspettarci, e dovremo dimostrare di essere in grado di affrontarli, soprattutto in caso di vittoria del SI, senza più nessun alibi, perché questo è il compito di una classe dirigente seria. Purtroppo come ho già detto in queste settimane, i problemi dell’Italia non stanno tutti dentro un NO o ad un SI. E questa dimensione manichea che ha contraddistinto questa campagna non basta a leggere la realtà per come è davvero: molto più complessa e difficile da governare.

A tal proposito concludo con la parole di Marco Damilano invitandovi a leggere il suo pezzo per intero:

 “La campagna referendaria, per ora, consegna un’unica certezza: non basta un sì o un no a coprire il vuoto politico, organizzativo e culturale in cui si muovono i leader vecchi e nuovi. Un progetto politico è più grande di un sì e un giornale deve restare più aperto e imprevedibile di un no. Ci sono più cose in cielo e in terra da rifare in questa Italia di un sì o di un no. Per questo, nelle prossime settimane, sarà interessante valutare chi rimane fuori dai due schieramenti. I non Incasellati. I non Arruolati che voteranno in modo laico e saranno decisivi per il risultato. Quando ci sarà da ricostruire. Scrivere la pagina del Dopo. Liberati, finalmente dalla gabbia asfissiante del Sì e del No. Nessuna regola contiene la totalità di ciò che è giusto, dettava la saggezza dei monaci antichi. Bastava dirlo”.

LETTURE CONSIGLIATE PER L’ULTIMA SETTIMANA DI CAMPAGNA

Alcuni scritti che ho trovato interessanti in questi giorni:

 Il Si al referendum spiegato con i numeri

La lettera del Venerdì di Michele Santoro (11 novembre)

Il SI di Fabrizio Barca 

Le ragioni del SI oltre gli slogan di Daniele Viotti

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La domenica del referendum #6

Oggi Cuperlo scrive un articolo per l’Unità che a mio modo di vedere è ricco di senso. Parla di Sinistra, di referendum e di Trump, ma sopratutto parla della “prova del giorno dopo” (il 5 dicembre ndr.), di come si tiene unita la sinistra e di come si rilancia e riscopre il senso stessa della sua missione storica.
Stesso tema trattato qualche giorno fa da Pierfrancesco Majorino in un breve post:


Ecco io credo molto in questo approccio al referendum costituzionale. Così come credo che sia importante utilizzare, anche questi giorni che ci separano dal 4 dicembre, per aprire una grande riflessione sulla sinistra in Italia e in Europa e sul nostro modo di organizzarla in un Partito, nazionale ed europeo. Su questo ancora una volta Fabrizio Barca fa una proposta interessante rispetto alla quale dovremmo rispondere attivamente. A Verbania lo faremo nelle prossime settimane. 

Una riflessione sulla sinistra, dicevo, che non si perda in liturgie e dibattiti inconcludenti ma che sia in grado di recuperare il tempo perduto prima che di tempo non ve ne sia proprio più. Credo che l’8 novembre sia partito un conto alla rovescia con l’elezione di Donald Trump e che ora sia il tempo di lasciare alibi e divisioni per costruire una risposta seria e organica a questa deriva.   

La domenica del referendum #4

Parlando del referendum del 4 dicembre in molti, da una parte e dall’altra, affrontano il tema della “modificabilità” della costituzione per sostenere l’una o l’altra tesi.

Quindi sorge spontaneo chiedersi: ma è la prima volta che ci troviamo di fronte ad un processo di revisione costituzionale o comunque ad un parlamento che approva una legge costituzionale che integra il testo della nostra carta fondamentale? La risposta è no (ovviamente), e in particolare la nostra amata carta costituzionale ha già subito 16 modifiche, qui riportate in un preciso ma semplice articolo del Corriere della Sera.

Mi pare importante segnalare che molte delle sedici modifiche sono sostanzialmente dovute, previste da precise riserve di legge, quindi auspicate già durante la stesura della carta del 1948. Altre modifiche invece sono sorte da una precisa volontà politica, ed in particolare nel 2001 con la modifica del famigerato TITOLO V e nel 2012 con l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione.

Ed è proprio su quest’ultima modifica che vorrei soffermarmi un attimo; poiché approvata dal parlamento a grande maggioranza, non ha dovuto passare al vaglio di alcun referendum popolare ma ha apportato una modifica alla carta molto più profonda di molte altre e a mio parere assolutamente negativa.

Inserire il pareggio di bilancio in costituzione significa interiorizzare un meccanismo di politica economica fortemente conservatore all’interno del sistema. Significa abdicare ad un ruolo della politica nella definizione di scelte strategiche per lo sviluppo di un paese. Sicuramente, direte voi, la modifica è stata fatta in un periodo complesso e delicato per l’Italia.  Condivido, ma ciò non toglie che molte delle personalità che oggi si stracciano le vesti per le attuali modifiche, allora erano semplicemente mute di fronte a questa scelta dal valore simbolico, ma anche politico, di grande rilevanza. Personalità sia del campo dell’accademia sia di quello della politica, che oggi si riscoprono “antagonisti” à la carte e ieri votavano il pareggio di bilancio in costituzione senza farsi troppi problemi.

Questa riforma, che va a cogliere molte delle esigenze istituzionali più urgenti, poteva anche essere l’occasione per sanare quella ferita e per eliminare quell’assurda norma.

Così non è stato, purtroppo.

La domenica del referendum #3

Michele Serra e Davide Mattiello. 

Questi sono i due protagonisti della breve puntata della “Domenica del referendum” di questa settimana. 

Serra e “L’amaca” pungente di oggi, che semplifica molto alcuni argomenti ma coglie l’essenza di un conflitto generazionale che sta dentro a questo referendum.

Davide Mattiello, amico e compagno di strada, e le ragioni del suo SI. Ragioni che sono fortemente ancorate al nostro paese e alla sua storia ma che hanno la forza ed il coraggio di andare oltre, disegnando un orizzonte più ampio: gli Stati Uniti d’Europa. Perché sullo sfondo del dibattito di questi mesi c’è davvero una oggettiva rivalutazione del ruolo degli Stati nazione nello scacchiere europeo e internazionale. In altre parole: semplificare le regole del gioco di ciascuno ci permette di scrivere regole che valgano per tutti. 
Buona lettura per chi vorrà e buona domenica! 

La domenica del referendum #2

Eccoci di nuovo, come promesso, per parlare del referendum del 4 dicembre.

Il primo contributo che voglio condividere con voi oggi è di natura distensiva, diciamo cosi. Un articolo condiviso da ilpost.it che mette in luce ogni aspetto chiave della riforma costituzionale e nello stesso tempo spiega quali siano le critiche mosse. Mi pare interessante perchè scritto con equidistanza rispetto alla parti in campo e anche perchè affronta i nodi tecnici ma anche quelli politici.

Il secondo contributo è più schierato, me ne rendo conto, ma lo voglio condividere perchè dal mio punto di vista questa campagna elettorale si è riempita anche di un alto tasso di inesattezze e questo non giova mai a nessuno. Nemmeno a chi muove le critiche più pesanti a questo testo di riforma. È un contributo che va a sfatare alcune delle critiche più bizzare alla riforma costituzionale, critiche che spesso non si basano su fatti concreti, spostando ancora di più l’oggetto del contendere dal merito alla rissa verbale. 

Francamente anche questa settimana non si è distinta dalle precedenti per qualità del dibattito pubblico sulla riforma. Segnalo solo l’amarezza nell’aver visto girare in rete foto, condivise da dirigenti del mio partito, che mettevano sullo stesso piano Renato Brunetta e Walter Tocci (con la scritta “per superare tutto questo basta un si”). Questa è la prova dell’enorme disonestà intellettuale che sta dietro la retorica di questa campagna. Dietro ad un SI o ad un NO non vi è nemmeno più il rispetto per la storia politica delle persone. Walter Tocci è un senatore del Partito Democratico che rappresenta un’intelligenza e una cultura rare da trovare oggi, chi pensa di usare come una clava le ragioni del SI passando sopra la storia di persone come lui ha già perso in partenza. Sul piano culturale prima ancora che su quello politico.

Ci tenevo a scrivere quest’ultima cosa, lo dovevo a Walter e alla sua storia.

Buona domenica a tutti! 

La domenica del referendum #1

Vorrei iniziare oggi ad entrare nel dibattito referendario in modo più puntuale e preciso di come abbia atto fino ad ora. Ne sento l’esigenza, nel profondo, perchè stare fuori da questo confronto alla fine mi pare da pavidi, da equilibristi. Avvicinandosi un appuntamento così fondamentale ogni cittadino deve prenderne parte. Io non voglio essere da meno.

Ammetto lo spaesamento di questi ultimi mesi, la tentazione di chiamarmi fuori, di non buttarmi nella rissa, cifra di ogni dibattito politico di questo paese. La dialettica si usa come arma per ferire l’avversario, si tira all’estremo per delegittimare e, alla fine, per descrivere una realtà manichea in cui se si afferma la propria idea vincerà “il Bene” mentre viceversa vincerà “il Male”.

Niente di più lontano dalla politica per come la concepisco io, niente di più perverso se si affronta un dibattito di rango costituzionale. Occorre, quindi, capire come entrare nella peggior campagna referendaria di sempre, senza cedere alle tifoserie, ma facendo ordine e pulizia tra i mille cori da stadio e cercando di arrivare all’essenza della cose, senza la pretesa di esserne io l’unico interprete. Al contrario, cercherò, ogni domenica, da oggi fino al 4 dicembre, di sottoporvi più riflessioni che mi colpiranno per la lucidità ed onestà di analisi degli autori, cercando di spiegare il perchè e di far emergere anche il mio punto di vista.

Non mi sottrarrò dal prendere una posizione, ma lo farò con il mio stile, perchè non mi voglio arrendere allo spirito del tempo, urlato, volgare e spesso ideologico. Non voglio essere frainteso; il mio non vuole essere un modo per distiguermi a tutti i costi o per affermare una superiorità morale o intellettuale. Voglio solo porre un argine alla deriva di questo tempo, dire a me stesso e a chi leggerà queste righe che è ancora possibile fare politica oggi senza trascendere sempre ed a sproposito nel frame della luce e del buio. Perchè la realtà è complessa e plurale. Il compito di un riformista è quello di leggerla nelle sue moltepilci declinazioni senza cedere alle semplificazioni. Non per sottrarsi alla passione e alla radicalità, al confronto duro e aspro quando serve, ma sempre con la consapevolezza che l’interlocutore è una persona che merita rispetto.

Quindi si parte con la prima puntata di “La domenica del Referendum”, sperando di portare un contributo utile.

La lettura che vi consiglio oggi è di Enrico Rossi, potete leggerla qui.

Mi ritrovo molto nelle sue parole; parla di PD e di riforma costituzionale, dei limiti e dei punti di forza. Parla anche di ciò che potrà succedere un minuto dopo il voto del 4 dicembre al nostro paese e al nostro partito. Tema questo, che mi preoccupa molto più di tanti aspetti che sento evocati in questa campagna.

Sulla stessa questione, quella dell’attimo dopo il referendum, ha scritto anche Fabrizio Barca qualche settimana fa. Riporto qui anche il suo contributo, come sempre preciso ed illuminante.

Buona domenica a tutti!