Una parola di verità

Rispetto alla vicenda del messaggio vocale di Matteo Richetti vorrei dire che, in fondo, quelle parole condivise in maniera libera con persone di fiducia, che poi non si sono rivelate tali, sono parole che danno libero sfogo a pensieri che in molti abbiamo nel nostro Partito. In ogni area, in ogni corrente, in molti territori. E allora uno dei servizi migliori che potremmo fare al nostro paese, per dire che siamo cambiati e che siamo credibili come alternativa, è quello di gettare la maschera di ipocrisia che contraddistingue talvolta il nostro dibattito interno e dire le cose come stanno. Alla fine, suo malgrado, Richetti ha detto quello che sappiamo in molti, e che non vogliamo ammettere:

“…I potentati locali stanno ovunque, i governatori che fanno male al partito stanno ovunque, le incoerenze di chi sta in campo per supplenza stanno ovunque…”

Con questa consapevolezza mi sono messo in campo per far crescere la candidatura di Nicola Zingaretti. Per questo da mesi stiamo dicendo #voltiamopagina. Per costruire un nuovo gruppo dirigente lontano dai criteri della fedeltà e della cooptazione intorno al leader di turno. Ripartiamo dalla politica, dai territori e dalla rappresentanza di interessi collettivi. Poi esistono il potere così come l’ambizione, nessuno lo nega, ma come strumenti e come mezzi, per redistribuire ai molti ciò che senza la politica e senza la sinistra rimarrebbe nelle mani di pochi.

“I giorni dell’arcobaleno” e la strada che abbiamo davanti a noi

Oggi a qualcuno di voi là fuori la simpatica funzione “accadde oggi” di FB starà ricordando l’8 dicembre di due anni fa. Le primarie del 2013 per il segretario del Partito Democratico.

Foto, storie, passioni ed emozioni di un percorso durato a lungo. Quella storia che si è interrotta qualche tempo fa; da una parte chi ha lasciato il Pd e dall’altra parte invece chi ha deciso di continuare sotto altre forme. Sarei bugiardo se dicessi che non mi dispiace sia andata così, mi fa male eccome. 

Perché quell’obiettivo non lo abbiamo raggiunto all’ora ma abbiamo aggregato migliaia di persone splendide e mille competenze. La storia si cambia con la pazienza, con la tenacia di chi rimane un minuto in più sul campo e non uno meno. La storia va condotta organizzando la propria forza e usandola nei processi, non fugandoli. 

La storia ci ha messo dalla parte di chi non ha vinto quella competizione è vero, ma ci ha messo anche dalla parte di quelli che possono ancora molto, perché la strada che abbiamo davanti è ancora molto più lunga di quella che abbiamo percorso. Io ho sempre preferito il passo del montanaro a quello del velocista. Non solo per evidenti ragioni di prestanza fisica, ma perché penso sempre che alla fine la vittoria o la sconfitta di misurino su tempi lunghi. 

Ovviamente qui il tema è complesso e ampio però vorrei provare a fare qualche riflessione che in realtà non ho mai scritto pubblicamente da quando Pippo Civati ha deciso di andarsene. I miei tempi di reazione non sono linea con i tempi di questa politica mediatica e veloce lo so. Poco male. 

Dicevo, perché penso che il percorso culminato con il 2013 non andasse e non vada abbandonato? Perché in fondo in questo tempo le sfide che abbiamo davanti sono quelle che possiamo affrontare se i processi li governiamo. Perché oggi non c’è in gioco solo la mia o la nostra coerenza personale. Non si tratta solo del dubbio  se rimanere o meno in un Partito che ci rappresenta e che rappresenti le nostre idee. C’è in gioco la tenuta di un sistema, che abbiamo detto sempre di voler cambiare, ma non nella sua matrice profonda, democratica, Repubblicana, laica, liberale e sociale. Oggi invece è in gioco anche la radice. I risultati della Le Pen in Francia parlano chiaro. Qualcuno dirà che proprio a fronte di questi risultati deve esistere una sinistra, una vera sinistra. Certo! Ma una sinistra che sia in grado di guidare le decisioni, di sedersi là dove le decisioni vengono prese. E non per vanagloria di qualcuno o per inutile bramosia di potere. Ma per realismo pragmatico. Se la Sinistra perde il suo istinto a voler governare il mondo perde se stessa. Se la Sinistra abdica, in questo complesso e intricato quadro, e si rinchiude in contenitori comodi e coerenti uccide la sua natura. In altre parole oggi non possiamo pensare di scegliere la nostra comunità politica solo in base a logiche nazionali. C’è un mondo vasto e sconfinato là fuori, se non prendiamo come riferimento almeno la cornice europea (e quindi nel nostro caso il PSE) siamo persi, siamo atomi che urlano contro il cielo, verso un Dio che non ci sente. Certo saremo fieri della nostra integrità, ma a che serve se non avremo cambiato nessuna della enormi disfunzioni di questo mondo. 

Per questo scegliamo ancora il Pd, perché è lo strumento che ci porta là dove vogliamo andare, insieme, per cambiare ciò che non ci rappresenta più. E lo scegliamo per la comunità di popolo che ancora, in Italia, si sente parte di esso. Perchè al di là delle caricature c’e un splendida parte di questo paese che guarda a noi. E sono lo scheletro e le fondamenta di questa Italia. Certo molte volte storce il naso, è sconfortata, non capisce, si arrabbia. Altre volte se ne va. E questa è la cosa più dura da vedere, l’errore più grande di Matteo Renzi, pensare di bastare a se stesso e non curarsi di chi in silenzio abbandona. E badata non parlo dei nomi altisonanti del ceto politico ma dei cittadini comuni che semplicemente lasciano. Però a loro dobbiamo saper parlare del progetto ampio e grande che abbiamo in mente. Dobbiamo potergli dire che il posto della sinistra è ancora questo, se solo lo vogliamo. 

 Insomma scegliamo il Pd perché oggi la battaglia si vince in un campo largo. Quello del socialismo europeo. Ovviamente va riformato anche quello, ci mancherebbe. Ma senza alleanze in questo quadro saremmo barche in tempesta. Forse oggi queste parole suonano assurde, ma intendiamoci, nel mondo che viviamo ora, non vi è alcuna possibilità di cambiare le sorti della partita se non sedendosi là dove qualcuno ti possa ascoltare. Voglio dire che nessuno si illuda di poter salvare il welfare o ridurre le odiose e crescenti disuguaglianze rimanendo nella logica del conflitto capitale lavoro su scala nazionale. Oggi il terreno è come minimo l’Europa, gli Stati Uniti d’Europa. Su questo obiettivo si misurerà la mia generazione. Su questo grande sogno collettivo si misurerà la tenuta della Sinistra post-novecentesca. E questo grande obiettivo si può raggiungere solo rimanendo in un partito grande e popolare, che possa parlare con i suoi fratelli in Europa e agire concretamente per realizzarlo. 

Io per questo sogno ci metto la faccia, anche a rischio di passare per incoerente, perché ne vale la pena, perché fuori da questo sogno c’è l’involuzione, la barbarie e la guerra di tutto contro tutti. 

La Sinistra,se ancora esiste, nel cuore, nella mente, nelle piazze e nella storia, lavori per questo. Perché possa diventare da grande sogno a entusiasmante realtà.

Il bilancio dell’Immacolata

E’ già passato un anno dalle primarie del Partito Democratico che hanno eletto Matteo Renzi segretario.

A quest’ora un anno fa i seggi erano già aperti da tre ore e le persone cominciavano a votare. I militanti PD chiudevano così una breve ma bella campagna congressuale, fatta di confronto e di conoscenza di territori e iscritti. Certo una campagna dal risultato molto prevedibile, ma che comunque, tutti lo sapevano, avrebbe cambiato di molto il volto del PD per come l’avevamo fino a quel momento conosciuto.

Certo siamo arrivati tutti abbastanza stanchi a quelle primarie. Con un partito assolutamente logorato dalle elezioni politiche “non vinte”, dai 101, dal governo  Letta con Berlusconi, da una segreteria Epifani di assoluta transizione e per nulla incisiva.

Ora senza ripercorrere gli eventi, che tutti conoscete molto bene, penso sia il caso di fare qualche bilancio di questo anno trascorso. Un bilancio dell’Immacolata, perchè è passato solo un anno, ma molto è cambiato, molto è stato stravolto e tante cose che non ci saremmo mai aspettati sono successe. Insomma, come sta il Partito dopo un anno di segreteria Renzi? Come sta il paese lo sappiamo, ma io vorrei provare a fare un quadro della situazione partito.

Un pezzo di Mattia Feltri oggi su La Stampa prova a fare il punto chiedendo un contributo a quattro “esperti” (Ricolfi, Ignazi, Barbera, De Michelis) rispettivamente su quattro temi: economia, partito, riforme, estero. Il giudizio è moderatamente positivo, diciamo un pareggio, si salvano 2 ambiti su 4. Un si per riforme e estero e un no per economia e partito.

Partendo da qui vorrei provare a fare alcune considerazioni. Ovviamente di parte, lo dichiaro fin da subito, ma del resto non potrei fare diversamente. Comunque sono considerazioni che hanno l’ambizione di aprire ad un confronto con chi dovesse pensarla diversamente è avrà il “buon tempo” di leggere queste righe.

Proverò a dare un mio giudizio su quattro ambiti d’azione del nostro segretario,1) Organizzazione 2) Comunicazione 3) Rapporti interni 4) Costruzione identità. Ve ne sarebbero anche molto altri ma partiamo da qui.

  1. ORGANIZZAZIONE: Sotto questo aspetto in un anno Renzi ha dimostrato di non essere molto diverso dai suoi predecessori. Tra i figli del glorioso PCI e la nuova generazione naif che li ha rottamati c’è una sottile linea rossa. Su questa linea c’è scritto: TOTALE INADEGUATEZZA AD ORGANIZZARE LA STRUTTURA PARTITO NEL TERZO MILLENIO.  Questo è il dato. La nuova segreteria non ha dato prova di discontinuità. Sicuramente negli intenti ha dichiarato di voler superare la forma partito per come è stata sempre concepita, ma poi nei fatti non è stata in grado di indicare una credibile alternativa da strutturare. In altre parole ha indicato l’America come orizzonte ma poi ci ha detto che dovevamo raggiungerla a nuoto. E questo sul piano dell’organizzazione ci ha indebolito ulteriormente. Puoi dire che non ti interessano più gli iscritti, (e posso anche dire va bene) ma mi devi raccontare come costruire altre forme di partecipazione interna. Possono essere solo le primarie? Non credo proprio. In un anno nessuno iniziativa pubblica nazionale del PD, al netto del feste e delle “leopolde”, nessun collegamento con i territori, niente di niente. Non parliamo poi di soldi perchè ci sarebbe da piangere: abbiamo voluto abolire il finanziamento pubblico a favore delle cene ma la situazione finanziaria dei circoli territoriali è a dir poco drammatica, tenuto conto anche dei dipendenti delle federazioni. Era chiaro fin da subito che un segretario eletto che avesse la sola ambizione di fare il premier non avrebbe portato grande fortuna all’organizzazione interna ed ora siamo qui, a dirci le stesse cose che ci dicevamo un anno fa.
  2. COMUNICAZIONE: Il grande comunicatore Matteo non è riuscito a trasferire la sua grande abilita comunicativa a favore del partito. Questo è il dato. Penso che il sito nazionale del PD lo dimostri ampiamente (è solo un esempio). La comunicazione in campagna elettorale ha funzionato certo, ma  più per Renzi stesso che per un apparato comunicativo del partito degno di questo nome. I casi de l’Unita e Europa cristallizzano una situazione difficile, per carità non voglio dire che la colpa sia tutta di Renzi. Penso che il punto sia: con quali strumenti un partito diffonde i proprio contenuti  o, ancor meglio, dà spazio ai suoi militanti per confrontarsi su temi e visioni? Per molto tempo la carta stampata è servita anche a questo. Detto che la crisi oggi è dello strumento in genere e non solo di quei giornali cosiddetti “di partito”, come si struttura su nuove forme lo stesso bisogno? Come si mettono in circolo le idee? Come si costruisce una dialettica interna? Io credo siano questioni importanti ma non ho visto alcuno sforzo della segreteria nazionale in questa direzione.
  3. RAPPORTI INTERNI: Io ne sono convinto, la qualità di un leader si misura dalla sua capacità di rappresentare in sè una sintesi alta della dialettica interna. Ovvero non sei un buon leader se il dissenso lo prendi a schiaffi. L’arroganza di Renzi sarà anche figlia dello spirito del tempo, ma è un grande segnale di debolezza. Il PD è depositario di grandi storie e culture del secolo scorso, ed è anche figlio di un grande sforzo di sintesi e di unione. Non si può guidare con il piglio di un “arrogantello” di provincia. Attenzione non dico non sia un buon modo per vincere le elezioni, visto il tempo in cui viviamo, ma non sarà di certo un gran modo per rendere unita e forte la nostra comunità. I dati di tessere e anche affluenza alle elezioni (vedasi Emilia-Romagna) lo dimostrano ampiamente. So che a nessuno frega nulla, perchè tutto è secondario e ci sono ben’altri problemi, però io una pensata ce la farei. Il “frame” scelto da Renzi è chiaro e vincente per imporsi come leader nazionale in questa fase, molto marchese del Grillo, “io so’ io, e voi nun siete un….”, ma penso che non sia l’approccio giusto per un segretario.
  4. COSTRUZIONE IDENTITA’: Il quarto tema è il punto cardine. Centrale. Direi costitutivo. Da quando esiste il PD si parla della sua identità, non come tratto esclusivo ma come tratto fondativo. Da anni siamo alla ricerca della nostra “epifania” senza grandi successi. Non ne sono stati capaci i dirigenti che hanno preceduto Renzi, per evidenti ragioni. Ma da chi si è imposto come novità assoluta rispetto al passato me lo sarei aspettato, anzi era proprio un dovere. Voglio dire, pensavo che liberi dai fardelli del novecento, fatti di ideologie e anti-ideologie, si potesse finalmente costruire l’identità della nuova sinistra, e invece nulla. Peggio di prima, come prima, stesso copione. Una paura incredibile di essere tacciati come ideologici, come comunisti, come estremisti. E allora dritti ad inseguire la destra sul suo piano, e la conservazione. Certo qualcosa è cambiato, qualche tabù è stato lasciato alla spalle, per fortuna. Ma da questo punto di vista e fino ad ora Matteo Renzi si è dimostrato assolutamente inadeguato al grande compito che la storia gli ha consegnato. Il tema non è il derby per dimostrare chi è più di sinistra intendiamoci. Il tema è che in un quadro europeo così bloccato e in mano ai conservatori che scrivono le regole del gioco, il compito è quello di imporsi come forza di vero cambiamento. Come forza che supera gli steccati, questi si ideologici, che impongono le forze economiche e politiche sul piano europeo oggi. Da questo punto di vista l’intervista a Civati di oggi su Repubblica è illuminante. Se non crei identità non costruisci comunità. Il punto non è tornare al novecento, è al contrario capire che la forma partito per come è stata concepita fino ad oggi è davvero fallita e serve un altro collante. Dalla fiducia all’identità che si lega ad un progetto chiaro e leggibile di futuro. Basta con le parole dette e smentite dai fatti un secondo dopo. Ci vinci le elezioni così ma non ci cambi un paese. Il modello organizzativo delle associazioni è assolutamente vincente, per nulla antico e molto aperto, però in quel caso l’elemento identitario e l’obiettivo comune è chiarissimo ed auto-evidente. Su questi temi ci si dovrebbe interrogare, e invece nulla, in un anno nulla si è mosso in questa direzione. Abbiamo lavorato sull’identità nel senso che ci siamo spostati sensibilmente a destra per recuperare consensi ma senza sapere bene cosa ci vogliamo fare con questi voti. E infatti facciamo un po’ di tutto, e il contrario di tutto.

Queste sono solo alcune considerazioni in ordine sparso e spero non troppo confuse. So che è un bilancio molto negativo per essere il giorno dell’Immacolata e so anche che in queste contraddizioni ci siamo dentro tutti, me compreso. Ma so nello stesso tempo che fino a quando non le affronteremo non andremo avanti di un solo passo, vinceremo le elezioni forse, ma non cambieremo la storia e questo se permettete mi pare un compito più grande. E badate bene, lo so che per realizzare il secondo occorre realizzare il primo, però è altrettanto chiaro come si debba lavorare parallelamente su più piani.

Altrimenti qui entro il prossimo 8 dicembre il bilancio sarà semplice da fare perchè saremo talmente tanto liquidi che non ci sarà più struttura organizzata da commentare e su cui lavorare.

E stiano attenti quelli che dicono che è necessario assecondare lo spirito di questa società liquida: un Partito degno di questo nome guida i processi, non si fa guidare dalle derive involutive.

Di tutto ciò, se vorrete, continueremo a parlare.

Buon 8 dicembre a tutti!