Grazie Maurizio!

Oggi Martina ha parlato con il cuore.

E voglio ringraziarlo perché non era né semplice né scontato. Il suo è stato un discorso coraggioso, appassionato e onesto. Ha parlato da segretario senza pesare le parole secondo gli equilibri di corrente. A tratti durante il suo intervento è sembrato quasi si stesse liberando da un peso troppo a lungo portato. In più passaggi del suo intervento si è rivolto a tutto il centrosinistra dicendo: “abbiamo capito la lezione del 4 marzo, ora però venite ad aiutarci”. Senza una seria comprensione di ciò che ci ha portati alla più grande sconfitta della nostra storia non potrà esserci futuro. Così come senza i democratici, senza le persone che oggi erano in Piazza del Popolo, non ci potrà essere futuro per la sinistra e per l’alternativa in questo paese. Le parole di Martina indicano una buona via verso il congresso per la nostra “comunità di destino”, come lui stesso l’ha definita. Fianco a fianco, per la strada, dove risiede il cuore dell’alternativa popolare che dobbiamo costruire e di cui questo paese ha, già ora, un disperato bisogno. La notte può essere anche molto lunga ma, se si hanno i giusti compagni di viaggio, arrivare fino all’alba può essere meno difficile del previsto. Forza, mettiamoci in viaggio! #fiancoafianco #perlitaliachenonhapaura #piazzadelpopolo

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La nostra Storia 

Oggi Assemblea Nazionale del Partito Democratico a Roma. Non ho detto e scritto nulla in questi giorni convulsi. Non l’ho fatto di proposito perché vista la fase delicata non credo serva rafforzare lo schema delle tifoserie di parte. Serve invece riflettere, pesare le parole, ricordare a tutti e tutte che prima delle nostre ambizioni viene il paese che abbiamo scelto di servire. 
Prima della nostra storia personale viene la nostra storia collettiva. Una Storia grande e importante. Nessuno si arroghi il diritto di buttarla via. 

Nessuno. 

MEGA POST dopo l’assemblea nazionale

Lascio Roma.
Salgo sul treno.
Slaccio un bottone della camicia e mille pensieri cominciano a scorrere riguardo alla giornata di oggi.

Mille pensieri sul mio Partito, sul suo passato, sul suo presente e su ciò che sarà il suo futuro. Penso che io nel Pd ci credo dal 2009, da quando presi per la prima volta la tessera di un partito, sostenendo Ignazio Marino al congresso. Abituato a stare in minoranza insomma, da sempre.
Penso che quella tessera per me ha significato molto, soprattutto perché nasceva dopo l’incontro, durante le elezioni amministrative verbanesi, con la comunità del Pd della mia città. Scelsi di fare la tessera sopratutto per quell’incontro, per quei mesi di campagna elettorale, per i volti che avevo conosciuto e imparato ad apprezzare. Poi venne la dimensione nazionale, la decisione di stare con Marino e la convinzione che, al netto della contraddizioni che già allora riscontravo nel progetto del Pd, questo luogo fosse l’unico in grado di sostenere le sfide e le ambizioni di una sinistra moderna e riformista che potesse cambiare questo paese. L’unico contenitore in grado di convogliare le energie migliori di questo paese a servizio di un progetto ambizioso di riforme. Un contenitore largo e contendibile certo, condizioni essenziali per non cadere nel vizio ideologico della sinistra e per cogliere le sfide di un mondo che era già cambiato prima che la sinistra europea fosse in grado di fornire le riposte adeguate a questo cambiamento.
In altre parole il Pd, proprio per la sua natura larga e inclusiva, mi è sempre parso quel soggetto capace di intercettare le domande di cambiamento vero, capace di portare la sinistra fuori dalla cocente sconfitta consumata dopo la caduta del muro e mai analizzata fino in fondo, davvero.

Una casa grande insomma, capace di fare sintesi, tra le culture politiche più importanti del ‘900 italiano, quelle che avevano scritto la costituzione, che avevano liberato l’Italia e che ora, dopo essersi contrapposte per mezzo secolo, potevano finalmente parlare la stessa lingua: lontane dalle ideologie, dai pensieri unici, dai muri.

Questa analisi, che forse per molti miei coetanei potrà apparire come becera retorica, fu alla base di quella scelta. Scelta della quale non mi sono mai pentito, perché il riformismo per me è sempre stato un approccio alle cose della vita prima che una cultura politica. Prendere le cose che non vanno e cercare le soluzioni, un passo per volta, per cambiare radicalmente il mondo. Insomma una cosa seria.
Talmente seria da mantenermi saldo nelle mie convinzioni, tra le mille contraddizione che ogni organizzazione che si fondi sul consenso per conquistare quote di potere deve attraversare. Quelle contraddizioni che ho sempre trovato nel Pd, come nella società, ma che invece di allontanarmi da questo ambizioso progetto mi hanno spinto sempre un gradino più in alto, per cercare di combatterle e di superarle. Senza verità in tasca ma con molta tenacia.

Ecco, è importante per me ricostruire questi passaggi per riflettere su ciò che sta accadendo oggi al mio partito.

Il partito che ora ho l’onore di guidare nella mia città, il partito grazie al quale sono consigliere comunale e provinciale. Quella comunità di uomini e di donne che ora si trovano a governare buona parte delle amministrazioni pubbliche a tutti i livelli dai comuni allo stato.

Oggi non l’ho vista quella comunità. E mentre il mio segretario faceva la sua relazione conclusiva ho pensato a lungo al percorso che mi ha portato fino a Roma oggi, come membro dell’assemblea nazionale. Oggi ho visto quel ragazzo che 5 anni fa faceva la tessera in via Roma a Verbania e mi sono chiesto se in fondo ho fatto tutto ciò per arrivare a questo punto o se forse il mio obiettivo era diverso. E non nego che nel vedere questo partito così balcanizzato, così scomposto, così diviso, mi sono chiesto se ne valga davvero la pena.

Perché la verità amici è che spesso, quando si fa politica, si rischia di sentirsi un po’ soli in mezzo al mare in tempesta. Perché al netto di tutto servire la cosa pubblica è una cosa così grande e bella che ogni tanto fa paura.

Ecco a cosa dovrebbero servire i partiti, questi elefantiaci consorzi umani che ti fanno sentire parte di qualcosa. Servono a renderci più forti, a rappresentare in modo collettivo le istanze del singolo. Ecco a cosa servono i corpi intermedi, a far sentire meno solo l’uomo, che di fronte al potere nudo e crudo rabbrividisce dalla paura. Ecco perché faccio parte di un partito, perché credo profondamente a questo. Credo che nessuno si salva da solo e che una comunità che renda tutti un po’ più umani è quello che ci serve per trovare il nostro posto nel mondo.

Oggi non l’ho vista quella comunità e questo mi ha fatto male.

Vorrei che Matteo Renzi si rendesse conto prima di tutto di questo. Che non sta contribuendo all’unità di questo ambizioso progetto ma che invece fa di tutto per farlo saltare. Vorrei che capisse questo prima ancora di entrare nel merito delle questioni. Perché la sostanza, dal mio punto di vista, sta sopratutto nel metodo e nei toni insostenibili di questi mesi: contro i sindacati, contro la minoranza, contro i gufi, contro i professori, contro noi stessi, contro la nostra storia, contro, contro, contro.

Dico che viene prima il metodo del merito perché sul merito ci si può confrontare e trovare una sintesi, ma sul metodo no. Se mancano le premesse è difficile trovare le conclusioni. L’arroganza ti fa vincere le elezioni oggi forse, ma spacca e divide la tua comunità, e non c’è cosa peggiore di questa. Perché i segretari passano mentre i partiti dovrebbero rimanere, e sopravvivere ai propri leader. Il rischio di implosione è grande e io vorrei che lo si evitasse, lo dico davvero, con tutto me stesso.

Perché chi non ha mai creduto nel Pd oggi punta tutto sul suo fallimento, e posso anche accettarlo, ma chi invece nel Pd ci è nato non può accettare passivamente di vederlo distrutto.

Io dico questo, sapendo che forse sarà inutile: fermiamoci tutti un momento, comprendiamo la portata storica di ciò che rappresentiamo e magari riflettiamo su come ricostruire un senso di appartenenza che vada oltre all’opinione pubblica ma si radichi su valori condivisi da tutti.

Cosa è il Pd oggi?, cosa vorrà essere domani? Davvero le ragioni che ci hanno portato a fondare questo partito sono oggi superate?
Rispondiamo assieme a queste domande per favore prima di prendere decisioni definitive. E lo so che la responsabilità di questo sta prima di tutto nel segretario. E infatti se la deve prendere tutta.
Ma a tutti gli altri dico: abbiamo forse fatto questa traversata nel deserto per buttare via poco dopo tutto ciò che abbiamo costruito? C’erano forse ieri meno ragioni di oggi per andarsene e mollare tutto? Che senso diamo alla nostra presenza, anche se minoritaria, in questa casa comune?
Davvero non crediamo di avere la forza di crescere, radicarci nei territori e lavorare per far divenire maggioritaria la nostra visione?

Rispondiamo fino in fondo a queste domande e poi ognuno potrà liberamente fare le sue scelte, non prima però, dopo. Io almeno vorrei fare così. E così farò, con senso di responsabilità perché ci sono tante persone che ci hanno dato un mandato preciso, nel PD e non fuori, e non vorrei che deludessimo prima di tutto loro. Visto che molte di loro sono già ampiamente deluse dagli svariati mandati traditi dal nostro segretario nazionale.

Questo sarebbe proprio ingiusto.

Penso a tutto questo e a tanto altro. Mentre il treno arriva a Firenze, amara tappa per concludere questo post!

IN VIAGGIO VERSO ROMA, Chi vuole la scissione?

A leggere i giornali sta mattina sembra che potrei tornare dall’assemblea nazionale non essendo più nel PD.
La dico così, un po’ per esagerare e un po’ perché i toni si sono davvero alzati molto. La stampa e i media ovviamente contribuiscono a creare questo clima da scontro totale anche quando in realtà le questioni che poniamo sono molto più nel merito di quanto ci venga riconosciuto. Basta leggerle le proposte di CIVATI, magari prima di scrivere un articolo o un post.

Chi vuole spaccare davvero? Chi non sopporta che il PD sia una casa grande del riformismo e piuttosto che mediare preferisce spostarsi a destra? Di chi è la responsabilità di non dividere ma di unire?
Matteo tra poco potrà decidere cosa fare, se propinarci il solito monologo un po’ arrogante e sopra le righe oppure dimostrare che se si chiede lealtà si devono riconoscere gli interlocutori e le loro istanze.
Se si chiede lealtà si deve rispetto.

Ci aggiorniamo più tardi.

Stay tuned!