“I giorni dell’arcobaleno” e la strada che abbiamo davanti a noi

Oggi a qualcuno di voi là fuori la simpatica funzione “accadde oggi” di FB starà ricordando l’8 dicembre di due anni fa. Le primarie del 2013 per il segretario del Partito Democratico.

Foto, storie, passioni ed emozioni di un percorso durato a lungo. Quella storia che si è interrotta qualche tempo fa; da una parte chi ha lasciato il Pd e dall’altra parte invece chi ha deciso di continuare sotto altre forme. Sarei bugiardo se dicessi che non mi dispiace sia andata così, mi fa male eccome. 

Perché quell’obiettivo non lo abbiamo raggiunto all’ora ma abbiamo aggregato migliaia di persone splendide e mille competenze. La storia si cambia con la pazienza, con la tenacia di chi rimane un minuto in più sul campo e non uno meno. La storia va condotta organizzando la propria forza e usandola nei processi, non fugandoli. 

La storia ci ha messo dalla parte di chi non ha vinto quella competizione è vero, ma ci ha messo anche dalla parte di quelli che possono ancora molto, perché la strada che abbiamo davanti è ancora molto più lunga di quella che abbiamo percorso. Io ho sempre preferito il passo del montanaro a quello del velocista. Non solo per evidenti ragioni di prestanza fisica, ma perché penso sempre che alla fine la vittoria o la sconfitta di misurino su tempi lunghi. 

Ovviamente qui il tema è complesso e ampio però vorrei provare a fare qualche riflessione che in realtà non ho mai scritto pubblicamente da quando Pippo Civati ha deciso di andarsene. I miei tempi di reazione non sono linea con i tempi di questa politica mediatica e veloce lo so. Poco male. 

Dicevo, perché penso che il percorso culminato con il 2013 non andasse e non vada abbandonato? Perché in fondo in questo tempo le sfide che abbiamo davanti sono quelle che possiamo affrontare se i processi li governiamo. Perché oggi non c’è in gioco solo la mia o la nostra coerenza personale. Non si tratta solo del dubbio  se rimanere o meno in un Partito che ci rappresenta e che rappresenti le nostre idee. C’è in gioco la tenuta di un sistema, che abbiamo detto sempre di voler cambiare, ma non nella sua matrice profonda, democratica, Repubblicana, laica, liberale e sociale. Oggi invece è in gioco anche la radice. I risultati della Le Pen in Francia parlano chiaro. Qualcuno dirà che proprio a fronte di questi risultati deve esistere una sinistra, una vera sinistra. Certo! Ma una sinistra che sia in grado di guidare le decisioni, di sedersi là dove le decisioni vengono prese. E non per vanagloria di qualcuno o per inutile bramosia di potere. Ma per realismo pragmatico. Se la Sinistra perde il suo istinto a voler governare il mondo perde se stessa. Se la Sinistra abdica, in questo complesso e intricato quadro, e si rinchiude in contenitori comodi e coerenti uccide la sua natura. In altre parole oggi non possiamo pensare di scegliere la nostra comunità politica solo in base a logiche nazionali. C’è un mondo vasto e sconfinato là fuori, se non prendiamo come riferimento almeno la cornice europea (e quindi nel nostro caso il PSE) siamo persi, siamo atomi che urlano contro il cielo, verso un Dio che non ci sente. Certo saremo fieri della nostra integrità, ma a che serve se non avremo cambiato nessuna della enormi disfunzioni di questo mondo. 

Per questo scegliamo ancora il Pd, perché è lo strumento che ci porta là dove vogliamo andare, insieme, per cambiare ciò che non ci rappresenta più. E lo scegliamo per la comunità di popolo che ancora, in Italia, si sente parte di esso. Perchè al di là delle caricature c’e un splendida parte di questo paese che guarda a noi. E sono lo scheletro e le fondamenta di questa Italia. Certo molte volte storce il naso, è sconfortata, non capisce, si arrabbia. Altre volte se ne va. E questa è la cosa più dura da vedere, l’errore più grande di Matteo Renzi, pensare di bastare a se stesso e non curarsi di chi in silenzio abbandona. E badata non parlo dei nomi altisonanti del ceto politico ma dei cittadini comuni che semplicemente lasciano. Però a loro dobbiamo saper parlare del progetto ampio e grande che abbiamo in mente. Dobbiamo potergli dire che il posto della sinistra è ancora questo, se solo lo vogliamo. 

 Insomma scegliamo il Pd perché oggi la battaglia si vince in un campo largo. Quello del socialismo europeo. Ovviamente va riformato anche quello, ci mancherebbe. Ma senza alleanze in questo quadro saremmo barche in tempesta. Forse oggi queste parole suonano assurde, ma intendiamoci, nel mondo che viviamo ora, non vi è alcuna possibilità di cambiare le sorti della partita se non sedendosi là dove qualcuno ti possa ascoltare. Voglio dire che nessuno si illuda di poter salvare il welfare o ridurre le odiose e crescenti disuguaglianze rimanendo nella logica del conflitto capitale lavoro su scala nazionale. Oggi il terreno è come minimo l’Europa, gli Stati Uniti d’Europa. Su questo obiettivo si misurerà la mia generazione. Su questo grande sogno collettivo si misurerà la tenuta della Sinistra post-novecentesca. E questo grande obiettivo si può raggiungere solo rimanendo in un partito grande e popolare, che possa parlare con i suoi fratelli in Europa e agire concretamente per realizzarlo. 

Io per questo sogno ci metto la faccia, anche a rischio di passare per incoerente, perché ne vale la pena, perché fuori da questo sogno c’è l’involuzione, la barbarie e la guerra di tutto contro tutti. 

La Sinistra,se ancora esiste, nel cuore, nella mente, nelle piazze e nella storia, lavori per questo. Perché possa diventare da grande sogno a entusiasmante realtà.

Ho visto “l’Europa”, e non era affatto brutta

Scrivo questo pezzo per raccontarvi un’emozione, una sensazione forte, un incontro speciale.

Sono stato a Bruxelles 4 giorni fa, in visita al parlamento europeo, ospite di Daniele Viotti, Elly Schlein, Renata Briano, Elena Gentile. I quattro europarlamentari del Partito Democratico che si riconoscono nel percorso di Pippo Civati.
Sono stati due giorni davvero stimolanti, in grado di trasmettere a me, e agli altri compagni di strada con cui ho condiviso questa due giorni, un’immagine limpida e chiara dell’Europa.
L’Europa come istituzione, quella che è e quella grandiosa che potrebbe diventare, se solo lo volessimo e lavorassimo nella giusta direzione. Ho visto come lavorano Daniele e gli altri parlamentari. Ho visto come riescono a fare politica con la “P” maiuscola, forse perché più lontani dalle meschinità e dalle piccolezze della politica italiana. Ho visto delle persone che lavorano seriamente assieme a tutta la delegazione Pd, perché lì il congresso è finto davvero e si lavora discutendo e trovando mediazioni tra le posizioni di tutti, ma proprio tutti.

Ecco quello che ho visto a Bruxelles, città splendida e dal sapore internazionale. Ho respirato un po’ del sogno di Altiero Spinelli, e mi sono sentito davvero figlio di questa Europa federale, che ancora non c’è ma che dobbiamo davvero costruire tutti assieme. L’Europa federale come unica via per ricostruire uno stato sociale largo ed inclusivo, come unica strada verso i diritti e la cittadinanza. L’Europa come paradigma culturale da opporre al pensiero unico che ha governato l’assetto mondiale dagli anni ’80 fino ad oggi. L’Europa come casa della democrazia, in grado di darsi regole per rendere il processo decisionale, più partecipato, funzionale e rappresentativo.

Il lavoro che sta facendo il gruppo dei “Socialisti e Democratici” è un grande lavoro; abilmente guidato da Gianni Pittella, e questo fa ben sperare.

Dobbiamo conoscere meglio ciò che accade “lassù” e saperlo raccontare a chi sente lontano tutto questo.
Dico questo perché se l’Europa rimarrà solo ( nel comune sentire ) la “matrigna” cattiva che ruba i soldi ai cittadini, avremo fallito in pieno. Se così sarà c’è il concreto rischio che vincano “gli altri”. Quelli che puntano allo sfascio, facendo leva sulle paure delle persone. Che si chiamino Le Pen o Salvini poco cambia, hanno in odio l’Europa federale e scommettono tutto sulla divisione e lo scollamento sociale.

Siamo ad un crocevia della storia: o si imbocca il sogno di Ventotene con tenacia e coraggio, oppure si abdica e si lascia spazio alla barbarie.
A noi la scelta. Sapendo che forse già un’occasione l’abbiamo persa: il semestre italiano di presidenza, che ha visto un Renzi meno coraggioso di come avrebbe dovuto essere.

Da qui ripartiamo, a fianco di chi nell’Europa ci crede, sapendo che questo sogno, può essere afferrato dalla mia generazione e divenire un grande progetto e processo collettivo, che attraversa la storia e diventa realtà!