Il bilancio dell’Immacolata

E’ già passato un anno dalle primarie del Partito Democratico che hanno eletto Matteo Renzi segretario.

A quest’ora un anno fa i seggi erano già aperti da tre ore e le persone cominciavano a votare. I militanti PD chiudevano così una breve ma bella campagna congressuale, fatta di confronto e di conoscenza di territori e iscritti. Certo una campagna dal risultato molto prevedibile, ma che comunque, tutti lo sapevano, avrebbe cambiato di molto il volto del PD per come l’avevamo fino a quel momento conosciuto.

Certo siamo arrivati tutti abbastanza stanchi a quelle primarie. Con un partito assolutamente logorato dalle elezioni politiche “non vinte”, dai 101, dal governo  Letta con Berlusconi, da una segreteria Epifani di assoluta transizione e per nulla incisiva.

Ora senza ripercorrere gli eventi, che tutti conoscete molto bene, penso sia il caso di fare qualche bilancio di questo anno trascorso. Un bilancio dell’Immacolata, perchè è passato solo un anno, ma molto è cambiato, molto è stato stravolto e tante cose che non ci saremmo mai aspettati sono successe. Insomma, come sta il Partito dopo un anno di segreteria Renzi? Come sta il paese lo sappiamo, ma io vorrei provare a fare un quadro della situazione partito.

Un pezzo di Mattia Feltri oggi su La Stampa prova a fare il punto chiedendo un contributo a quattro “esperti” (Ricolfi, Ignazi, Barbera, De Michelis) rispettivamente su quattro temi: economia, partito, riforme, estero. Il giudizio è moderatamente positivo, diciamo un pareggio, si salvano 2 ambiti su 4. Un si per riforme e estero e un no per economia e partito.

Partendo da qui vorrei provare a fare alcune considerazioni. Ovviamente di parte, lo dichiaro fin da subito, ma del resto non potrei fare diversamente. Comunque sono considerazioni che hanno l’ambizione di aprire ad un confronto con chi dovesse pensarla diversamente è avrà il “buon tempo” di leggere queste righe.

Proverò a dare un mio giudizio su quattro ambiti d’azione del nostro segretario,1) Organizzazione 2) Comunicazione 3) Rapporti interni 4) Costruzione identità. Ve ne sarebbero anche molto altri ma partiamo da qui.

  1. ORGANIZZAZIONE: Sotto questo aspetto in un anno Renzi ha dimostrato di non essere molto diverso dai suoi predecessori. Tra i figli del glorioso PCI e la nuova generazione naif che li ha rottamati c’è una sottile linea rossa. Su questa linea c’è scritto: TOTALE INADEGUATEZZA AD ORGANIZZARE LA STRUTTURA PARTITO NEL TERZO MILLENIO.  Questo è il dato. La nuova segreteria non ha dato prova di discontinuità. Sicuramente negli intenti ha dichiarato di voler superare la forma partito per come è stata sempre concepita, ma poi nei fatti non è stata in grado di indicare una credibile alternativa da strutturare. In altre parole ha indicato l’America come orizzonte ma poi ci ha detto che dovevamo raggiungerla a nuoto. E questo sul piano dell’organizzazione ci ha indebolito ulteriormente. Puoi dire che non ti interessano più gli iscritti, (e posso anche dire va bene) ma mi devi raccontare come costruire altre forme di partecipazione interna. Possono essere solo le primarie? Non credo proprio. In un anno nessuno iniziativa pubblica nazionale del PD, al netto del feste e delle “leopolde”, nessun collegamento con i territori, niente di niente. Non parliamo poi di soldi perchè ci sarebbe da piangere: abbiamo voluto abolire il finanziamento pubblico a favore delle cene ma la situazione finanziaria dei circoli territoriali è a dir poco drammatica, tenuto conto anche dei dipendenti delle federazioni. Era chiaro fin da subito che un segretario eletto che avesse la sola ambizione di fare il premier non avrebbe portato grande fortuna all’organizzazione interna ed ora siamo qui, a dirci le stesse cose che ci dicevamo un anno fa.
  2. COMUNICAZIONE: Il grande comunicatore Matteo non è riuscito a trasferire la sua grande abilita comunicativa a favore del partito. Questo è il dato. Penso che il sito nazionale del PD lo dimostri ampiamente (è solo un esempio). La comunicazione in campagna elettorale ha funzionato certo, ma  più per Renzi stesso che per un apparato comunicativo del partito degno di questo nome. I casi de l’Unita e Europa cristallizzano una situazione difficile, per carità non voglio dire che la colpa sia tutta di Renzi. Penso che il punto sia: con quali strumenti un partito diffonde i proprio contenuti  o, ancor meglio, dà spazio ai suoi militanti per confrontarsi su temi e visioni? Per molto tempo la carta stampata è servita anche a questo. Detto che la crisi oggi è dello strumento in genere e non solo di quei giornali cosiddetti “di partito”, come si struttura su nuove forme lo stesso bisogno? Come si mettono in circolo le idee? Come si costruisce una dialettica interna? Io credo siano questioni importanti ma non ho visto alcuno sforzo della segreteria nazionale in questa direzione.
  3. RAPPORTI INTERNI: Io ne sono convinto, la qualità di un leader si misura dalla sua capacità di rappresentare in sè una sintesi alta della dialettica interna. Ovvero non sei un buon leader se il dissenso lo prendi a schiaffi. L’arroganza di Renzi sarà anche figlia dello spirito del tempo, ma è un grande segnale di debolezza. Il PD è depositario di grandi storie e culture del secolo scorso, ed è anche figlio di un grande sforzo di sintesi e di unione. Non si può guidare con il piglio di un “arrogantello” di provincia. Attenzione non dico non sia un buon modo per vincere le elezioni, visto il tempo in cui viviamo, ma non sarà di certo un gran modo per rendere unita e forte la nostra comunità. I dati di tessere e anche affluenza alle elezioni (vedasi Emilia-Romagna) lo dimostrano ampiamente. So che a nessuno frega nulla, perchè tutto è secondario e ci sono ben’altri problemi, però io una pensata ce la farei. Il “frame” scelto da Renzi è chiaro e vincente per imporsi come leader nazionale in questa fase, molto marchese del Grillo, “io so’ io, e voi nun siete un….”, ma penso che non sia l’approccio giusto per un segretario.
  4. COSTRUZIONE IDENTITA’: Il quarto tema è il punto cardine. Centrale. Direi costitutivo. Da quando esiste il PD si parla della sua identità, non come tratto esclusivo ma come tratto fondativo. Da anni siamo alla ricerca della nostra “epifania” senza grandi successi. Non ne sono stati capaci i dirigenti che hanno preceduto Renzi, per evidenti ragioni. Ma da chi si è imposto come novità assoluta rispetto al passato me lo sarei aspettato, anzi era proprio un dovere. Voglio dire, pensavo che liberi dai fardelli del novecento, fatti di ideologie e anti-ideologie, si potesse finalmente costruire l’identità della nuova sinistra, e invece nulla. Peggio di prima, come prima, stesso copione. Una paura incredibile di essere tacciati come ideologici, come comunisti, come estremisti. E allora dritti ad inseguire la destra sul suo piano, e la conservazione. Certo qualcosa è cambiato, qualche tabù è stato lasciato alla spalle, per fortuna. Ma da questo punto di vista e fino ad ora Matteo Renzi si è dimostrato assolutamente inadeguato al grande compito che la storia gli ha consegnato. Il tema non è il derby per dimostrare chi è più di sinistra intendiamoci. Il tema è che in un quadro europeo così bloccato e in mano ai conservatori che scrivono le regole del gioco, il compito è quello di imporsi come forza di vero cambiamento. Come forza che supera gli steccati, questi si ideologici, che impongono le forze economiche e politiche sul piano europeo oggi. Da questo punto di vista l’intervista a Civati di oggi su Repubblica è illuminante. Se non crei identità non costruisci comunità. Il punto non è tornare al novecento, è al contrario capire che la forma partito per come è stata concepita fino ad oggi è davvero fallita e serve un altro collante. Dalla fiducia all’identità che si lega ad un progetto chiaro e leggibile di futuro. Basta con le parole dette e smentite dai fatti un secondo dopo. Ci vinci le elezioni così ma non ci cambi un paese. Il modello organizzativo delle associazioni è assolutamente vincente, per nulla antico e molto aperto, però in quel caso l’elemento identitario e l’obiettivo comune è chiarissimo ed auto-evidente. Su questi temi ci si dovrebbe interrogare, e invece nulla, in un anno nulla si è mosso in questa direzione. Abbiamo lavorato sull’identità nel senso che ci siamo spostati sensibilmente a destra per recuperare consensi ma senza sapere bene cosa ci vogliamo fare con questi voti. E infatti facciamo un po’ di tutto, e il contrario di tutto.

Queste sono solo alcune considerazioni in ordine sparso e spero non troppo confuse. So che è un bilancio molto negativo per essere il giorno dell’Immacolata e so anche che in queste contraddizioni ci siamo dentro tutti, me compreso. Ma so nello stesso tempo che fino a quando non le affronteremo non andremo avanti di un solo passo, vinceremo le elezioni forse, ma non cambieremo la storia e questo se permettete mi pare un compito più grande. E badate bene, lo so che per realizzare il secondo occorre realizzare il primo, però è altrettanto chiaro come si debba lavorare parallelamente su più piani.

Altrimenti qui entro il prossimo 8 dicembre il bilancio sarà semplice da fare perchè saremo talmente tanto liquidi che non ci sarà più struttura organizzata da commentare e su cui lavorare.

E stiano attenti quelli che dicono che è necessario assecondare lo spirito di questa società liquida: un Partito degno di questo nome guida i processi, non si fa guidare dalle derive involutive.

Di tutto ciò, se vorrete, continueremo a parlare.

Buon 8 dicembre a tutti!

L’INFINITO DI LEOPARDI e due parole sul voto in Emilia Romagna e Calabria

Credo che sul voto alle regionali in Emilia Romagna e Calabria sia già in atto la “guerra delle analisi”, molte inutili altre interessanti. Questa di Jacopo Suppo mi convince e ve la consiglio.

Prima di tutto complimenti, auguri ed in bocca al lupo ai nuovi presidenti PD di Emilia-Romagna e Calabria, Stefano Bonaccini e Mario Oliverio.

Ora qualche riflessione:

Di sicuro il dato dell’astensione è quello che colpisce di più ma io mi sento lontano sia dalle parole del nostro Premier-Segretario, che in poche battute affronta il tema senza entrare minimamente nel merito, sia da quelle di chi festeggia a sinistra senza accorgersi di non essere riuscito in alcun modo a frenare quel dato o quelle di chi già invoca la fine dell’ascesa renziana.

La semplificazione, sia in un senso che nell’altro, non aiuta. Il problema come spesso accade sta altrove ma non pare che in molti abbiano voglia di affrontarlo.

Come si organizza la rappresentanza in una democrazia che dà cenni sempre più grossi di cedimento. Come si riformano i partiti in una società sempre più fluida e priva di punti di riferimento?

Non aiuta in alcun modo, e anzi è un pezzo del problema, la battaglia sfrenata e arrogante, mossa da Renzi verso tutte le strutture deputate alla mediazione sociale. Se colpisci a morte i corpi intermedi, (sindacati, parti sociali, categorie e associazioni in genere), frana l’essenza stessa della democrazia. Quelle sovrastrutture che servono da collante, che danno identità e senso di appartenenza, che hanno fatto dire a molti che “si, ne vale ancora la pena, attivarsi per dare un voto, per garantire rappresentanza politica a bisogni collettivi”.

Non aiuta nemmeno che questi stessi corpi intermedi non si siano mai, nell’ultimo ventennio, messi in discussione, aprendo un dibattito serio e aperto.

Non aiuta la retorica del Partito della Nazione, perchè da sola puzza già di pigrizia e di delega. Se diamo mandato a uno solo di rappresentarci tutti, che senso hanno la militanza, l’impegno, la dialettica, la contrapposizione, il confronto e in ultima analisi: la partecipazione e il voto?

Tutto scivola via, in questa società slegata e senza punti di riferimento, in cui un dato di astensione così alto si supera con un tweet o con un ghigno sadico di chi, non riuscendo ad imporsi come alternativa gode delle sventure altrui, non capendo che è parte integrante di queste sventure. (Se non si fosse capito parlo di una certa sinistra, a sinistra del PD).

Così, in mezzo a questa confusione, l’unico che può ridere davvero è Matteo Salvini, che fonda ufficialmente la nuova destra italiana. Imbevuta delle derive peggiori, che punta dritta al consenso dei tanti delusi, arrabbiati, disoccupati, deboli e poveri di ogni risma. Tutte categorie lasciate sole e ai margini, che nessuno rappresenta e che a nessuno sembrano interessare, ma che sono il vero nodo della questione. Così, mentre la nostra Le Pen prende consensi, noi continuiamo a #cambiareverso alle cose, imbarcando chiunque su questa nave, senza perdere tempo in analisi, perchè quelle le fanno solo i “gufi e i rosiconi” e senza chiederci dove punta la bussola e quali mari vogliamo davvero solcare.

In tutto ciò, per rimanere nella metafora della barca e del mare,  mi viene in mente il buon Leopardi ed il suo antico verso, l’unico che non possiamo cambiare:

Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.